Guerra all'Isis: la denuncia del vicario di Aleppo

Monsignor Khazen lancia l’allarme contro chi dall’estero sostiene l’avanzata dello Stato Islamico: in primis, la Turchia

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Ex combattenti di Al Nusra ad Aleppo nell'ottobre 2016 – Credits: Fadi al-Halabi/AFP/Getty Images

Di Tersite per Lookout news

È del 28 luglio la notizia delle irate dichiarazioni rilasciate a una televisione italiana dal vicario apostolico latino di Aleppo, monsignor Georges Abou Khazen. “L’ISIS è uno strumento nelle mani delle grandi potenze, da loro sono stati creati, armati e sostenuti – ha affermato Abou Khazen -. Invece di combatterli sul terreno comprano da loro il petrolio e i reperti archeologici rubati in queste terre”. Ha poi aggiunto: “Sappiamo bene chi sta comprando queste cose dall’ISIS […] non bisogna dare agli uomini dell’ISIS le armi e non li devono addestrare. Nei paesi limitrofi della Siria, tra cui anche la Turchia, ci sono dei veri e propri campi d’addestramento”.ori di organismi connessi al terrorismo sunnita sono personaggi di primo piano dei Regni del Golfo – ha influito sulle sorti dell’Afghanistan, finito sotto i talebani anziché governato dalle forze NATO e continua a rivestire ancora oggi un ruolo determinante nella destabilizzazione in Medio Oriente seguita alle Primavere Arabe.

 Le prospettive per l’intera regione mediorientale, così come per il Nord Africa e lo stesso Occidente, non sono pertanto affatto rassicuranti. Il danno causato (in distruzione di migliaia di vite, di millenarie convivenze religiose e storici patrimoni culturali dell’umanità) dalla diffusione globale del fondamentalismo wahabita, e dalla collusione e appoggio del Regno del Golfo ai gruppi terroristici su quello generati, è stato enorme. La minaccia ancora quotidianamente incombente – dall’Africa e Medio Oriente, fino alle nostre strade – è infinitamente maggiore di quella che le potenze dell’Occidente intendevano eliminare invadendo sia l’Afghanistan che l’Iraq, o deponendo Gheddafi o facendo guerra ad Assad, o ponendo sanzioni all’Iran.

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 Il vicario di Aleppo è poi entrato nel merito dell’economia di sostegno dell’ISIS. “Gli uomini dell’ISIS hanno preso le zone dove c’è il petrolio, l’hanno cominciato a vendere a 10 dollari al barile e adesso a 30 dollari. E chi sta comprando petrolio e reperti archeologici? Di sicuro non sono i somali o quelli della Mauritania. Con l’ISIS non trafficano solo le compagnie occidentali. E chi ci rimette la vita è questa povera gente. Noi in Siria abbiamo 23 gruppi religiosi-etnici diversi che costituivano un bel mosaico. E adesso cosa stanno diventando? E ci parlano di diritti dell’uomo”.

 Il francescano Georges Abou Khazen, siriano di nascita, era stato nominato al Vescovado cattolico di Aleppo da Papa Francesco nel novembre del 2013. Di Papa Francesco ribadisce la verve senza peli sulla lingua contro i trafficanti di morte. Parla della situazione in Medio Oriente a pieno titolo, avendo servito la Custodia Terrae Sanctae in Egitto, in terra Santa e in Libano, e poi dal 2004 come parroco della Parrocchia San Francesco di Aleppo.

 

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Il vicario apostolico latino di Aleppo, monsignor Georges Abou Khazen

(foto Terrasanta.net)

 

Dall’inizio della guerra in Siria, è stato anche coordinatore degli aiuti raccolti da ATS Pro Terra Sancta e per la raccolta di fondi per Emergency Syria. I francescani della Custodia in Siria, tra cui molti frati siriani, non hanno mai abbandonato il proprio territorio anche se in zona di guerra: Latakia, Damasco, Aleppo e nei villaggi della Orontes Valley (Knayeh, Yacoubieh, Jisser e Gidaideh). È costante l’aiuto da loro prestato indistintamente alle popolazioni locali.

 

Molte delle dichiarazioni di Georges Abou Khazen sono su fatti già conosciuti – il supporto dato da Turchia e da altri paesi limitrofi all’ISIS e ad altri trafficanti occidentali e locali – e se vanno rimarcate è perché sono espressione ufficiale di un rappresentante del Vaticano. Si tratta pertanto di dichiarazioni su è bene riflettere, considerato soprattutto che vengono dall’interno di una terra su cui il mainstream mediatico fa prevalere stereotipi superficiali. Il “bel mosaico” interreligioso siriano di cui parla il vicario di Aleppo, millenario per storia e tradizioni, è restato tale anche sotto la dittatura laica degli Assad. Mentre non è più tale, e deve essere distrutto, nei territori occupati dalle forze mobilitate e fatte intervenire in Siria sotto l’appoggio occidentale per abbattere il regime di Damasco.

 

La diffusione del wahabismo sunnita

Qualsiasi mosaico interreligioso è infatti inviso al fanatismo sunnita wahabita che, in nome del ripristino di una fede islamica originaria (fondamentalismo), non esita a punire ed eliminare anche propri correligionari sunniti, se ritenuti impuri e non correttamente osservanti. Così era già accaduto in Iraq dove, se politicamente esistevano contrasti tra sciti e sunniti, ciò non valeva per la popolazione che non conosceva separazione religiosa e praticava la normalità di matrimoni misti scito-sunniti. L’arrivo della wahabita Al Qaeda in Iraq dopo la caduta di Saddam Hussein, laico e acerrimo nemico del fondamentalismo, ha portato alle stragi di sciiti così come di sunniti nelle moschee e nei mercati.

 La grande diffusione del wahabismo – prima confinato al suo luogo d’origine nella penisola arabica – è stata dovuta all’investimento di centinaia e centinaia di milioni dei loro petrodollari da parte dei regnanti dell’Arabia Saudita, utilizzati per costituire madrase (istituti in cui si insegnano i fondamenti dell’Islam, ndr) in ogni terra musulmana: dal vicino Medio Oriente fino alle Filippine e all’Africa. Inizialmente, come nell’Afghanistan in lotta contro l’occupazione sovietica, provenivano dal Regno saudita anche gli insegnanti islamisti, con il loro trasferimento in loco nelle terre “da convertire”. Scopo dell’investimento era quello di ampliare l’influenza dell’Arabia Saudita, già custode dei luoghi santi, nel mondo musulmano sunnita, sia per acquisire un ruolo di leadership sugli altri Paesi sunniti sia per accrescere il proprio peso nel confronto con il principale rivale dell’area, rappresentato dall’altra potenza petrolifera dell’Iran sciita. 

Scopo successivo, direttamente derivato dal primo, è stato poi quello di avere collegamenti all’interno dei gruppi estremisti terroristi, facile parto di quella massiccia diffusione del credo fondamentalista wahabita. Anche perché, alla fase iniziale in cui gli insegnanti erano stati degli islamisti sauditi, è seguita quella in cui gli insegnanti sono stati sempre in più occasioni dei locali assai più grezzi e ancora più radicali.

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