Gli obiettivi strategici della guerra russa in Siria

Lo sbarco in massa dei russi rispecchia un disegno preciso: salvare i territori in mano alla minoranza sciita-alawita alleata con Assad. Il resto è perduto

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Il Presidente russo Vladimir Putin – Credits: SERGEI KARPUKHIN/AFP/Getty Images

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Nelle ultime settimane l’impegno russo nello scacchiere siriano è decisamente cresciuto. Forte anche dell’accordo con il premier israeliano Nethanyahu sulla priorità strategica di impedire all’ISIS e ai sunniti di Jabhat al Nusra di conquistare tutta la Siria – uno scenario che anche per Israele avrebbe contorni inaccettabili – e dei tentennamenti di un’amministrazione Obama sempre più confusa e incerta, Vladimir Putin ha deciso di schierare uomini e mezzi per proteggere Damasco e la fascia costiera siriana dall’offensiva jihadista.

 Per questo scopo, secondo accreditate fonti d’intelligence arabe, i russi hanno costituito a Latakia – che insieme a Tartus è un porto d’importanza strategica – un centro di coordinamento operativo russo-iraniano, con l’obiettivo di mettere in comune le informazioni e di pianificare operazioni congiunte che mireranno a contenere e a espellere dalla regione i miliziani del gruppo Jahish al Fatah (“Esercito della Conquista”), un’organizzazione armata sunnita legata ai fondamentalisti di Jabhat al Nusra.

 La principale finalità strategica dello sforzo militare russo-iraniano è quella di proteggere tutti gli accessi alla regione siriana nella quale vive una maggioranza alawita (la corrente confessionale sciita del presidente Assad) in vista della costituzione di un vero e proprio “Alawistan”, nucleo di quella porzione di Siria che in futuro potrebbe costituire uno stato autonomo indipendente e separato dalle regioni a maggioranza sunnita e curda, che agli occhi degli strateghi di Mosca difficilmente potranno tornare sotto il controllo del governo di Bashar al Assad.

 Nel quadro di questa iniziativa, Russia e Iran stanno spostando truppe siriane dal centro sud e le stanno rinforzando con l’aiuto di milizie sciite di provenienza libanese e irachena. Queste forze saranno equipaggiate con il materiale d’armamento moderno e sofisticato, quello stesso materiale che navi e aerei da trasporto russi sbarcano a ritmo continuo nei porti e aeroporti ancora controllati dalle milizie lealiste. Se le condizioni e gli sviluppi militari lo renderanno necessario, le forze lealiste verranno affiancate anche da un contingente militare russo e bielorusso (a questo scopo, Putin ha ottenuto da tempo il supporto totale del presidente bielorusso Lukashenko).

 L’obiettivo strategico di Mosca
L’obiettivo strategico di questa nuova iniziativa militare è duplice: da un lato, assicurare che la fascia costiera siriana dove si trovano i porti di importanza militare decisiva di Latakia e Tartus restino saldamente nelle mani di Assad; dall’altro, mantenere il controllo di un territorio sufficiente a garantire la sopravvivenza fisica delle minoranze siriane alawite e cristiane, e la sopravvivenza politica del regime.

 Il progetto è stato definito nello scorso mese di giugno durante una missione a Mosca del capo dei servizi segreti siriani, Ali Mamlouk, e poi ratificato l’8 settembre durante una visita a Mosca di Qassem Suleiman, capo dell’unità di élite delle guardie rivoluzionarie iraniane, l’armata Al Quds.

 Uno sguardo sulla carta geografica della Siria consente di comprendere meglio l’importanza della mossa russo-iraniana. La difesa della fascia costiera è oggi la priorità strategica di Assad che, nonostante l’appoggio di Mosca e di Teheran, non può realisticamente pensare di togliere alle forze sunnite quelle porzioni di territorio al confine con l’Iraq dalle quali le minoranze alawite e cristiane sono state definitivamente espulse con una spietata pulizia etnica.

 Queste oggi sono le coordinate politico-strategiche sulle quali è necessario ragionare per tentare di risolvere la crisi siriana, una crisi senza dubbio aggravata da chi, come il presidente americano Obama, ha pensato che l’equazione di Damasco si potesse risolvere appoggiando “i buoni contro i cattivi”, senza tener conto delle variabili religiose, etniche e geopolitiche che in Medio Oriente contano molto di più dei cliché e dei luoghi comuni sulla “democrazia occidentale”. Argomenti che per troppo tempo hanno legittimato e sostenuto le iniziative e i colossali errori di valutazione degli americani in tutta l’area.

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