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Europee, adesso tutto può e deve cambiare

 L’Italia, l’Europa e la crisi ai tempi della moneta unica non sminuiscono il ruolo centrale dell’istituto democratico, che vede avanzare gli euroscettici e il popolo più intollerante nei confronti della “solita” Bruxelles. Lo speciale elezioni europee

Marine con il padre Jean-Marie Le Pen in una manifestazione del FN – Credits: EPA/YOAN VALAT

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Il Partito popolare europeo di centro-destra (PPE) è finito in testa alle elezioni del Parlamento europeo, pur cedendo seggi rispetto al 2009, con una buona tenuta del Partito Socialista Europeo che, grazie anche all’ottima performance italiana, conferma un secondo posto di rilievo e cresce rispetto a cinque anni fa. Bene anche verdi e liberali. Ma la giornata democratica dell’Europa va tutta ai partiti euroscettici, che hanno raggiunto grandi risultati nel Vecchio continente: primo fra tutti, il Front National francese (FN) di Marine Le Pen, e non meno l’UKIP di Nigel Farage, il partito nazionalista inglese che non sedeva neanche nel parlamento nazionale.

 

Due affermazioni destrorse significative, in due Paesi centrali per le politiche dell’Unione Europea, i quali nei prossimi giorni conosceranno ciascuno per parte sua una riflessione politica interna che si annuncia severa, se già questa mattina il presidente francese Francois Hollande, in caduta libera con i socialisti, ha convocato una riunione di crisi all’Eliseo. Per i conservartori del premier Cameron, invece, un secondo posto davanti ai laburisti che gli sono sotto di poco, ma non rappresentano comunque il primo partito, che spetta invece - e di gran lunga - all’euroscettico UKIP, certificando un risultato storico in questo Paese: è la prima volta, infatti, che un’elezione britannica non viene vinta da uno dei due principali partiti, laburisti e conservatori.

 

Italia in controtendenza: il populismo anti-europeo ha favorito soltanto la tenuta della Lega Nord e ha visto piuttosto la schiacciante avanzata della sinistra di governo, mentre in altri Paesi la valanga è stata per lo più una sorta di referendum anti-Merkel. Infatti, nonostante il successo prevedibile della Cancelliera tedesca - il cui blocco conservatore rimane saldamente avanti ma cede seggi anche all’alternativa anti-euro (è la prima volta) - stavolta il parlamento di Strasburgo creerà non poche difficoltà a Berlino, probabilmente fin dalla nomina del presidente della Commissione.

 

La sfida per la presidenza tra Junker e Schulz
L’attuale presidente del Parlamento europeo, il socialista Martin Schulz, è improvvisamente in difficoltà, a tutto vantaggio del leader del PPE Jean-Claude Junker che, forte del primato del suo partito, il PPE, reclama ora il diritto di scegliere il prossimo presidente della Commissione europea (cioè se stesso), sulla base dei risultati elettorali.

 

“Questo è un brutto giorno per l'Unione europea, quando un partito con un programma così apertamente razzista, xenofobo e antisemita ottiene il 25 o 24 per cento,” ha riferito Schulz commentando il voto in Francia. Il presidente del parlamento si è poi detto deluso e timoroso che gran parte del popolo europeo abbia “perso la fiducia e la speranza”.

 

Ciò nonostante, anche considerata l’affluenza non alta, il passaggio elettorale è stato un momento importante per la costruzione di un nuovo concetto d’Europa, che boccia la linea austera filo-tedesca e che rimescola le carte in gioco, in favore di una maggiore attenzione alle periferie dell’impero, che chiedono giustizia sociale e politiche non vaghe che puntino meno alle astrazioni della finanza e incidano direttamente nei contesti locali.

 

Il presidente della Commissione verrà ora scelto dai capi di Stato dell'Unione Europea in sede di Consiglio europeo, ma la loro preferenza dovrà essere convalidata dal Parlamento europeo e dunque, alla luce dei risultati, non ci dovrebbero essere grosse sorprese.

 

Il problema, semmai, è ancora nella mancanza di policy e nel sentimento discordante nei confronti della moneta unica. Il New York Times sentenzia che nell’UE hanno avuto “scarso successo le politiche di Bruxelles tese a sfondare il muro dell’indifferenza pubblica a ciò che molti europei disprezzano come una Torre di Babele remota ed eccessivamente costosa”. Per gli americani, insomma, un legislatore che ha 24 lingue ufficiali e che si serve di navette tra Bruxelles, quartier generale della macchina amministrativa, e la città francese di Strasburgo, a quattrocento chilometri di distanza, non è un buon esempio d’istituto democratico e non riuscirà a servire la causa di una cultura politica condivisa.

 

L’Italia conta di più
È chiaro comunque che l’affermazione netta di Matteo Renzi e del Partito Democratico nel nostro Paese offre una buona sponda ai difensori dell’Europa, e offre anche al nostro presidente del Consiglio un forte leverage per discutere con i tedeschi da una posizione politicamente molto forte. Considerato anche il numero di deputati per Stato membro - la Germania ne elegge 96, il numero più alto, mentre la Francia 74, e Italia e Regno Unito entrambi 73 – si capisce come la partita si giochi ora tutta sugli accordi tra questi grandi Paesi, che da soli rappresentano più di un terzo dei seggi totali (751).

 

L’Italia, che non poteva inaugurare meglio l’imminente presidenza di turno europea, con questa iniezione di stabilità e il peso crescente in seno al Parlamento Europeo - il PD è il primo partito tra i socialisti del PSE - ha l’opportunità di dare un contributo sostanziale alla svolta nell’Unione, al netto delle tensioni distruttive che spesso accompagnano la politica italiana (il parlamento nazionale è certamente meno coeso degli italiani che hanno votato ieri).

 

Sinora, in Europa è stata percorsa (con alterne vicende) la cosiddetta “terza via”, quella che si è affermata grazie al grande politico francese Jean Monnet, connotata sostanzialmente da una progressiva integrazione dei Paesi aderenti all’Unione, accompagnata e sostenuta da tentativi di dare omogeneità alla politica economica comunitaria grazie anche alla moneta unica. L’Euro, che poteva essere definito il simbolo della vittoria di questa via, nel tempo si è rivelato invece “il” problema dell’Europa, perché sull’altro piatto della bilancia hanno pesato negativamente fatti come le difformità che il sistema ha creato: ad esempio l’Iva, che non è la stessa per i Paesi aderenti all’Unione Europea, ma non solo.

 

Eppure, l’Euro resta il sintomo e non la causa della nostra depressione economica. Il sistema politico della UE, che ambiva ad essere simile alla Repubblica ideale di Platone, al posto dei filosofi al governo ci ha offerto invece dei funzionari che ragionano solo con il pallottoliere in mano. Adesso, con questo voto europopolare ed euroscettico, tutto deve e può cambiare.

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