Elezioni in Iran: la longa manus dell'ayatollah Khamenei

Ecco gli otto nomi per le presidenziali. Se la Guida Suprema non ha già in pugno la presidenza, di certo il presidente Ahmadinejad esce già sconfitto

Ali Khamenei

Ali Khamenei – Credits: Getty

Per Lookout news 

La sfida per la poltrona di presidente della Repubblica Islamica si doveva giocare tutta tra le tre anime dell’Iran: quella conservatrice, quella moderata riformista e l’ala nazionalista. La prima rappresentata oggi dalla Guida Suprema Ali Khamenei, la seconda dall’ex presidente Akbar Rafsanjani e la terza dall’attuale presidente Mahmoud Ahmadinejad.

Ma questa sfida si è improvvisamente complicata: a sorpresa, infatti, il Consiglio dei Guardiani (il quale ha il compito di ammettere le candidature per le presidenziali) ieri ha eliminato proprio due tra le figure candidate di maggior spicco, Rafsanjani e Mashaei, assestando così un durissimo colpo sia ai moderati che ai nazionalisti, e rafforzando invece l’ala conservatrice, che adesso può puntare su almeno sei degli otto candidati ammessi.

Se “gli ultimi saranno i primi”, le elezioni del 14 giugno prossimo sarebbero potute essere una sfida tra l’ex presidente riformista, Akbar Hashemi Rafsanjani, e il consuocero del presidente in carica, il nazionalista Esfandiar Rahim Mashaei. Entrambi candidati all’ultimo minuto, per spiazzare gli altri concorrenti in gara  (soprattutto i conservatori) e mettere sotto pressione la Guida Suprema stessa. Mossa che, alla luce dell’esclusione, si è rivelata fatale.

Per la cronaca, i concorrenti erano inizialmente 686 e sono poi stati sfoltiti dai Guardiani che ne hanno ufficialmente ammessi otto soltanto. Non ci sono donne, nonostante circa trenta personalità femminili ne avessero manifestato la volontà, ma questo era ormai un fatto assodato dopo che l’ayatollah Mohammad Yazdi aveva posto la questione di costituzionalità: i Guardiani già in precedenza si erano detti contrari all’ipotesi che una donna potesse correre per la presidenza.

 

I candidati e il possibile vincitore: i conservatori
I conservatori possono puntare su almeno sei degli otto candidati: suAli Akbar Velayati, consigliere di Khamenei per gli affari esteri, e su Mohammad Baqer Qalibaf, ex pasdaran e influente sindaco di Teheran. Ma soprattutto su Sajid Jalili, l’uomo che piace non solo alle correnti religiose ultraconservatrici e alle lobby iraniane, ma che negozia abitualmente con l’Occidente sul nucleare, è benvisto dalle cancellerie internazionali e accettato nei salotti diplomatici. E che, per i bookmakers, è adesso uno dei nomi più forti.

Resta in ballo anche il nome di Qolam-Ali Haddad Adel, ex presidente del parlamento e fedelissimo consuocero della Guida Suprema, nonché persona vicina a tutta la famiglia dell’ayatollah, in particolare al potente Mojtaba Khamenei. Infine, in quota per i conservatori c’è ancheMohsen Rezaei, attuale segretario del Consiglio per il Discernimento della Repubblica Islamica, ex comandante in capo dell’esercito dei Guardiani della Rivoluzione ma, soprattutto, già sfidante di Ahmadinejad nelle passate elezioni.

 

I candidati moderati e i nazionalisti di Ahmadinejad
Mentre i moderati-riformisti, che avevano puntato molto sull’effetto sorpresa dell’ex presidente Rafsanjani, dovranno adesso ripiegare su un nuovo candidato: Hassan Rouhani, ex segretario del Consiglio supremo di sicurezza nazionale, oppure su Mohammad Reza Aref, docente universitario alla Sharif University of Technology di Teheran ed ex vice-presidente della Repubblica. Seppure entrambi vicini al Mohammad Khatami - che ha governato l’Iran a cavallo tra le presidenze di Rafsanjani e Ahmadinejad - tuttavia Aref è membro del Consiglio per il Discernimento della Repubblica, organo a supporto della Guida Suprema. Dunque, non malvisto da Khamenei.

Probabilmente, però, ad essere adirato più di tutti è il presidente uscente Mahmoud Ahmadinejad il quale, non potendo ricandidarsi per un terzo mandato, aveva ingaggiato un braccio di ferro con Khamenei, designando proprio l’escluso Mashaei come suo successore. Adesso, i filo-nazionalisti sono stati de facto sconfitti e non hanno più neanche un nome forte sul quale puntare. L’ultimo nome rimasto, Mohammad Gharazi, ex ministro delle comunicazioni al tempo di Khatami, è anch’egli ascrivibile ai “moderati”.

 

La strategia del possibile vincitore
In conclusione, la Guida Suprema ayatollah Ali Khamenei ha messo a segno un bel colpo, assicurandosi in pratica sei delle otto candidature alla presidenza. Appare con ciò evidente che l’intera classe clericale sciita iraniana cerchi di far quadrato, ripiegando su se stessa ed eliminando i possibili pericoli interni - dovuti a fughe verso un atteggiamento secolare e moderato che certo gli ayatollah non possono ammettere - ed esterni: per lo sciismo, infatti, è una questione vitale il mantenimento del potere in Iran, e ciò assume particolare importanza in un contesto storico che vede questa parte minoritaria dell’Islam sempre più isolata. Ben ce lo insegna la Siria, dove gli sciiti alawiti di Bashar Assad resisteranno fino alla morte per evitare di essere cancellati dalla cartina del Medio Oriente, in favore dei più numerosi sunniti.

Chiunque sarà il nuovo presidente dell’Iran, comunque, dovrà pensare soprattutto a risolvere la grave crisi economico-politica, acutizzata dall’embargo e dalle pesanti sanzioni inflitte al Paese dalla comunità internazionale e direttamente connesse alla “questione nucleare”.

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