Egitto, Libia e Giordania: l’alleanza contro l'Isis sta funzionando?

Mentre Il Cairo spinge per un intervento congiunto in Libia, il generale Haftar vola ad Amman. Obiettivo: distruggere l'Isis in tutta l'area

Il presidente egiziano, Al Sisi – Credits: STR/AFP/Getty Images

Nei giorni scorsi uno dei consiglieri al Ministero degli Esteri egiziano, Abdel Rahman Salah, reiterava l’appello alla coalizione internazionale attiva in Siria e Iraq affinché si intervenga anche in Libia, per sradicare le cellule dello Stato Islamico (IS) che dallo scorso febbraio si sono palesate anche sulla costa nordafricana, minacciando gli Stati direttamente confinanti e l’intero Mediterraneo.


 

L’interesse egiziano all’avvio di un’operazione militare in Libia non è certo nuovo e nei mesi scorsi si era già concretizzato con l’offensiva dell’aviazione egiziana su Derna, in risposta alla mediatizzata decapitazione in terra libica dei 21 egiziani copti per mano degli jihadisti di IS. L’appello dei giorni scorsi, tuttavia, assume maggiore rilevanza in quanto giunge con una tempistica singolare.

L’espansione del terrorismo in Egitto
Innanzitutto, l’appello è stato lanciato mentre nel Sinai veniva compiuto l’ennesimo attentato ai danni delle forze di polizia. Domenica 12 aprile, infatti, un doppio attacco ha provocato la morte di almeno 10 persone tra civili e militari: un ordigno è esploso presso la principale stazione di polizia di Al Arish (il bilancio confermato dalle autorità è di 5 morti e una ventina di feriti), mentre lungo la strada Al Arish-Sheikh Zuwaid un convoglio militare è stato colpito e sei sodati a bordo, tra cui due ufficiali, sono morti. Gli attacchi sono stati rivendicati dallo “Stato Islamico nel Sinai”, organizzazione prima nota come Ansar Beyt al-Maqdis, responsabile di almeno altri due attacchi nel Sinai solo dall’inizio di aprile.

 

Le azioni rivendicate sono una ritorsione rispetto alla fruttuosa operazione delle forze di sicurezza egiziane che, tra fine marzo e inizio aprile, aveva portato all’eliminazione di diverse decine di terroristi nell’area. È evidente dunque che, con tali premesse, l’Egitto abbia tutto l’interesse a sollevare l’attenzione della comunità internazionale per assicurarsi un intervento militare in Libia. Coinvolgendo gli alleati arabi già implicati nel processo di creazione della Forza militare araba congiunta (idea concretizzatasi all’ultimo summit della Lega Araba di fine marzo e fortemente spinta dal Cairo), Al Sisi intende così sgravare il suo esercito dal ruolo di unica “sentinella regionale” contro il terrorismo, per concentrarsi anche sulla sicurezza interna.

 

La piaga del terrorismo in Egitto, infatti, non è più confinata soltanto alla penisola del Sinai, dove gli obiettivi sono quasi esclusivamente militari e caserme di polizia. Il rischio attentati si è ormai capillarmente diffuso in tutto il Paese ed è alimentato soprattutto dall’organizzazione terroristica Ajnad Misr, autrice di numerosi attacchi dinamitardi presso università, sedi istituzionali e filiali di società straniere dal Cairo ad Alessandria e dintorni, con il sostegno localizzato di cellule operative come la “Resistenza Popolare a Giza”. Inoltre, l’annuncio delle Autorità egiziane dell’eliminazione, la settimana scorsa, del leader di Ajnad Misr, Hamman Mohamed Attiyah, potrebbe innescare nuove ritorsioni e un’ulteriore escalation di violenza.

 

La Giordania nuovo partner militare in Libia?
Mentre il Ministero degli Esteri egiziano insiste per l’annullamento dell’embargo di armi imposto dall’ONU alla Libia nel 2011 – che consentirebbe all’esercito regolare di equipaggiarsi per meglio fronteggiare il terrorismo e le milizie islamiste – il Generale Khalifa Haftar, comandante in capo delle forze armate regolari libiche, si è recato a inizio aprile ad Amman su invito del monarca giordano. Haftar, che rappresenta il parlamento di Tobruk e il suo governo, ha incontrato i vertici politici e militari giordani per discutere di cooperazione nel settore militare.

Il Capo di Stato Maggiore delle forze armate giordane, Meshaal Mohamed al-Zaban, e lo stesso Re Abdullah II hanno confermato il sostegno della Giordania alle forze di Tobruk per la stabilizzazione della Libia e la lotta al terrorismo. Una fonte militare citata dalla testata panaraba con sede a Londra Al-Araby al-Jadeed, ha confermato che i colloqui “hanno raggiunto un avanzato livello d’intesa” quanto alla partecipazione della Giordania nell’addestramento e nel riarmo di alcuni reparti dell’esercito libico.

 Da qui ad affermare che la Giordania è pronta anche a un eventuale intervento militare diretto in Libia è presto per dirlo. Ma non va dimenticato che Amman partecipa già attivamente alla coalizione internazionale anti-IS in Siria e Iraq e alla coalizione a guida saudita operativa in Yemen contro i ribelli Houthi. E Re Abdallah in persona ha un conto in sospeso con i miliziani dello Stato Islamico, siano essi in Siria o in Libia.

© Riproduzione Riservata

Commenti