Crisi Grecia: perché siamo tutti ateniesi

Oggi e domani a Dresda il vertice dei ministri delle Finanze del G7. Ma chiedere ulteriori sforzi ad Atene non è più sostenibile

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Il ministro delle Finanze greco Yanis Varoufakis con il premier Alexis Tsipras – Credits: LOUISA GOULIAMAKI AFP GETTY IMAGES

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È necessario partire da due dati per avere una misura di ciò che ha subito il popolo greco, la culla della civiltà occidentale, in questi anni. Dalla crisi dei mutui sub-prime e dall’inizio della Grande Recessione, la Grecia ha perso il 38% del PIL, la disoccupazione è cresciuta del 25% arrivando a un tasso generale del 25,7% (Spagna al 23%, Italia al 12,4% e Germania al 4,7%), mentre quella giovanile è aumentata fino al 50,1%. La crisi economica si è trasformata in crisi umanitaria, con un’esplosione dei fenomeni di esclusione sociale: mancato accesso alla casa, all’istruzione, alla sanità e al cibo.

 

Il fallimento delle misure imposte dalla Troika
L’austerità, le forme e i tempi attraverso cui è stata imposta dalla Troika a tutti i Paesi con un debito pubblico elevato e un deficit pubblico eccessivo, è stata un errore, come quasi tutti gli economisti riconoscono, compreso il famoso professor Kenneth Rogoff, quello della soglia critica del rapporto debito pubblico-PIL.

 La mancata ristrutturazione del debito pubblico greco è costata all’eurozona una montagna di euro (320 miliardi di euro, di cui 190 dai Paesi membri di cui 43 dall’Italia) e ha aggravato il problema invece di risolverlo. Ha distrutto l’economia ellenica e, soprattutto, ha reso esplosivo il debito pubblico (180% del PIL), senza riuscire a contenere il deficit pubblico che viaggia attorno al 4%.

 Questi risultati sono stati ottenuti nonostante il saldo primario nel bilancio dello stato, cioè al netto della spesa per interessi sul debito pubblico, sia stato positivo (avanzo di bilancio) per 2,9 miliardi nel 2014 (in linea con gli obiettivi fissati) e di 2,16 miliardi nel periodo gennaio-aprile 2015 (ben sopra le previsioni). Quindi, nonostante l’aumento delle entrate e il taglio drastico della spesa pubblica (ben oltre gli obiettivi fissati), il saldo delle partite correnti è negativo (-0,40 miliardi di euro) e il PIL fa segnare una crescita misera del +0,3%.

 

 

Grecia fuori dall’Eurozona?
La situazione è talmente complicata che per onorare il pagamento della rata di 745 milioni dovuti al Fondo Monetario Internazionale (FMI), il 12 maggio la Grecia è ricorsa ai Diritti Speciali di Prelievo (SDR): per intenderci le sue riserve valutarie, depositate presso lo stesso FMI.

A giugno la Grecia dovrà versare una rata di 1,5 miliardi al FMI (300 milioni già il 5 del mese) e, inoltre, avrà bisogno dei soliti 2,5 miliardi di euro per pagare gli stipendi, le pensioni, l’assistenza sociale e altri servizi ai cittadini. Il Paese però non ha queste disponibilità, come tutti ben sanno, e nonostante i sacrifici fatti la Troika e il ministro delle Finanze tedesco, Wolfgang Schäuble, si sono dichiarati indisponibili a concedere l’ultima trance del prestito accordato lo scorso anno in mancanza di ulteriori riforme. Tradotto, significa che se vuole il prestito la Grecia deve sottoscrivere il programma di “risanamento” definito dalla Troika. Come noto, il premier greco Alexis Tsipras si è dichiarato contrario a nuovi sacrifici perché ritiene interventi su salario minimo, pensioni e mercato del lavoro impraticabili.

 Siamo quindi sull’orlo del baratro dell’uscita della Grecia dall’Eurozona. Sconcerta che da alcune parti si parli di rischio calcolato e di effetti limitati sul sistema finanziario internazionale. Infatti, nessuno sa cosa potrà accadere anche se molti, come il ministro del Tesoro americano Jack Lew, temono l’avvio di un’incontrollabile reazione a catena, che potrebbe determinare gravissime turbolenze sui mercati finanziari e conseguenze catastrofiche sull’economia mondiale.

 

Il precedente di Versailles e il vertice di Dresda
Sfugge purtroppo a troppi che quello che sta accadendo a Bruxelles in questi giorni di colloqui tra Grecia e Troika, ha un sinistro precedente nella Conferenza di Pace di Versailles del 1919. Allora come oggi, i vincitori della prima guerra mondiale, in realtà la Francia guidata da Georges Clemenceau, imposero alla Germania sconfitta un fardello di riparazioni: indennizzi in valuta, cessioni territoriali, cessione di navigli e di milioni di tonnellate di carbone assolutamente insostenibili.

 L’economista John Maynard Keynes, contrario a quella che riteneva una “pace cartaginese”, abbandonò la conferenza e, tornato a Cambridge, scrisse il memorabile Le conseguenze economiche della pace. In quel libro, che oggi ancora di più appare illuminante, Keynes ammoniva che la Germania non avrebbe mai potuto pagare le riparazioni decise a Versailles e che i sacrifici imposti al popolo tedesco avrebbero avuto il solo esito di spingerlo alla disperazione e verso avventure non democratiche. Keynes auspicava la cancellazione reciproca dei debiti di guerra, con un ruolo centrale degli USA che vantavano crediti per oltre 10 miliardi di dollari verso gli alleati, e la concessione di un prestito a tutti i paesi belligeranti, sul modello di quello che sarebbe stato il Piano Marshall nel 1947.

 Come è andata a finire è tristemente ben noto e l’avvento di Hitler non fu un caso, ma anche allora il risultato di un “rischio calcolato”. Non possiamo permettere che si ripeta lo stesso tragico errore e per questo tutti i cittadini dell’Eurozona dovrebbero far sentire la loro preoccupazione ai ministri delle Finanze del G7, riuniti oggi e domani, giovedì 28 e venerdì 29 maggio, a Dresda. Proprio nella città rasa completamente al suolo dai bombardamenti alleati nel 1945.


Il popolo greco e i risparmi che finiscono
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