C’è chi lo ha definito alla stregua di un patto Molotov-Ribbentrop, ovvero il patto tra la Germania Nazista e l’Unione Sovietica che, come noto, durò giusto un biennio e poi sfociò in guerra aperta. C’è chi invece lo definisce un patto kissingeriano, in riferimento alla teoria dello statista americano Henry Kissinger, secondo cui nelle relazioni estere non ci sono amici o nemici ma solo interessi.

Sia come sia, l’incontro tra il presidente russo Vladimir Putin e il suo omologo turco Recep Tayyip Erdogan, avvenuto a San Pietroburgo il 9 agosto 2016, segna una svolta nelle relazioni internazionali. Pur se non se ne ricava un quadro chiaro e definito dalla stretta di mano dei due leader dell’Est, si possono già delineare alcune evidenze.

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L’aspetto economico
Primo: l’allentamento delle sanzioni russe alla Turchia e il ripristino graduale degli scambi commerciali è l’aspetto più concreto ed efficace che l’incontro abbia prodotto, anche perché quello economico era sin dall’inizio il terreno più facile sul quale le due potenze si potevano accordare. In questo senso, l’incontro giova a entrambi i paesi: la Turchia, che paga le turbolenze politiche interne con un netto calo degli introiti del turismo, non può permettersi di isolarsi anche energeticamente (Ankara non può vivere senza il gas naturale russo) e di veder flettere in negativo la propria bilancia economica. Mentre la Russia deve inevitabilmente trovare uno sbocco alternativo all’Ucraina e aggirare la via del rifornimento del gas diretto all’Europa: è così che il Turkish Stream, il gasdotto che attraversa il Mar Nero, ad oggi può divenire la sola strada praticabile.

Il riconoscimento del primato russo contro l'Europa
Secondo: la potenza russa esce rafforzata dalla visita di Erdogan, che nei fatti ne riconosce a Putin il ruolo di principale interlocutore per il Medio Oriente, ma anche per le questioni europee. Questo è un dato significativo, considerato che al momento Ankara è ai ferri corti con Washington per il supposto ruolo di copertura offerto dagli americani al presunto autore del tentato golpe, l’imam Fethullah Gulen, per il quale è stata richiesta l’estradizione verso la Turchia. Fatto questo che di certo non si concretizzerà, almeno non prima delle elezioni americane di novembre.

Il presidente Putin è anche l’uomo giusto con il quale discutere di percorsi alternativi all’Unione Europea, verso la quale Erdogan sembra deciso a chiudere le porte. Il suo “ricatto” con l’arma dei migranti che spaventa tanto l’Europa, funzionerà se e solo se Ankara troverà in Mosca una vera alternativa alla quale aggrapparsi di qui ai prossimi anni, per costruire solide relazioni. In questo, è venuto in aiuto anche l’Iran di Khamenei, che ha fatto intuire una disponibilità di Teheran a creare un asse tanto inconsueto quanto azzardato. Ma, in quest’ultimo caso, un patto sunniti-sciiti sembra davvero troppo.

Vladimir Putin, infine, è l’uomo giusto per allentare anche le crescenti tensioni tra Armenia e Azerbaijan, coinvolte nel conflitto per la regione del Nagorno-Karabakh, che si trova in pieno territorio azero ed è però a maggioranza armena: l’Armenia è in pessimi rapporti con la Turchia, che rifiuta di riconoscere il genocidio di un secolo fa, ed ha perciò chiesto la protezione di Mosca per il riconoscimento dell’indipendenza da parte della comunità internazionale. L’Azerbaijan invece, culturalmente turco, è molto vicino ad Ankara e non vuole cedere quel territorio. Finché la Russia supporterà le richieste armene e la Turchia sosterrà invece gli azeri, non si potrà giungere a un rasserenamento delle tensioni. E qui l’interesse di Putin a non far divampare lo scontro in atto nel Caucaso è maggiore di quello turco.

La Siria quale fattore dirimente
Terzo (e più importante fattore da considerare nel post incontro Putin-Erdogan): la questione siriana. Lo stallo nelle operazioni militari non sta portando buoni frutti né alla causa russa né a quella turca. Mosca sostiene indefessamente il regime di Bashar Al Assad ed è impegnato in una guerra sempre più impegnativa e costosa, che il Cremlino non potrà sostenere ancora a lungo. Mentre Ankara, che si trova dall’altra parte della barricata quanto ad alleanze, vede sfumare giorno dopo giorno le speranze di allargare i propri confini meridionali verso Aleppo e le regioni turcomanne. Inoltre, la Turchia non riesce ad aver ragione dei curdi, che sono palesemente sostenuti dagli Stati Uniti con grave disappunto di Erdogan.

E qui sta il grande gioco geopolitico, che ufficialmente non è stato discusso a San Pietroburgo. Putin vorrebbe che Assad espugnasse Aleppo per poi proclamare il cessate-il-fuoco e aprire a un tavolo di ridefinizione di nuovi confini siriani, dove Mosca si garantirebbe il controllo sulla fascia costiera della Siria realizzando così il sogno degli Zar di avere finalmente accesso ai mari caldi. Ankara, invece, quasi rassegnata all’idea della creazione di un Kurdistan indipendente, desidera però ardentemente quella porzione di territorio turcomanna che lambisce le province di Latakia, Idlib e Aleppo, per ritagliarsi un’area d’influenza e un ruolo di protettore sul nuovo eventuale stato che sorgerà ai suoi confini.

La NATO e l’Europa
Si tratta dunque di un risiko che forse solo la Russia e la Turchia possono contribuire a risolvere, in qualità di “soci di maggioranza” insieme ai rispettivi alleati regionali: Mosca ha interesse a farlo per indebolire l’espansione della NATO di cui la Turchia è parte integrante. Ankara ha interesse a farlo perché non si fida più degli Stati Uniti e ha scelto l’Islam politico come futuro per il suo paese, di fatto chiudendo le porte anche all’ingresso nell’Unione Europea, che il presidente turco ormai usa solo come scusa per alzare la posta in gioco.

In mezzo ci sono le presidenziali americane: se Donald Trump dovesse vincere le elezioni, è probabile che i progetti mediorientali della NATO possano “saltare”, visto che nei programmi del repubblicano c’è un impegno preciso a pretendere un maggiore contributo economico da parte dei membri dell’Alleanza Atlantica, mentre l’America isolazionista che ha in mente Trump non investirà più in progetti militari dispendiosi e indefiniti, che a suo dire svuotano le casse dello stato inutilmente. In tal senso, “perdere” Ankara e la base strategica di Incirlik non sarebbe la fine del mondo.

Se al contrario dovesse vincere Hillary Clinton, la NATO conoscerebbe un nuovo impulso proprio in funzione anti-russa, ragion per cui Putin ha tutte le ragioni per voler portare Ankara dalla propria parte. Se qualcuno si stesse domandando quale sia precisamente il ruolo dell’Unione Europea e dei singoli stati del Vecchio Continente, la risposta è “non pervenuto”.

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