Caso Nemtsov, ma dov'è il movente?

C'è qualcosa che non convince della pista cecena seguita dagli investigatori

Boris Nemtsov

Il presidente russo Vladimir Putin con Boris Nemtsov in un incontro a Mosca al Cremlino – Credits: EPA/ITAR-TASS / POOL

Per Lookout news

Dopo gli arresti del primo weekend di marzo, il caso dell’omicidio di Boris Nemtsov è lungi dall’essere risolto. Nel giorno della festa internazionale della donna, un tribunale di Mosca ha formalmente accusato i ceceni Zaur Dadayev e Anzor Gubashev del coinvolgimento diretto nell’omicidio, avvenuto il 27 febbraio a Mosca nei pressi del Cremlino.

 Altri tre sospettati sono già in custodia cautelare, mentre un sesto uomo si sarebbe fatto saltare in aria dopo uno scontro con la polizia, che lo aveva circondato nella capitale cecena Grozny. I tre sospetti in detenzione preventiva sono Ramzan Bakhayev, Tamerlan Eskerkhanov e il fratello più giovane di Anzor Gubashev, Shagid. Tutti negano qualsiasi coinvolgimento nell'omicidio, al contrario - secondo fonti della magistratura - di Zaur Dadayev.

Circolerebbero persino due nomi per dei possibili sostituti di Putin, graditi a chi non desidera una Russia guidata dall'ex agente del Kgb per altri dieci anni
 

Quattro dei cinque uomini in custodia provengono dalla regione del Caucaso settentrionale e sono stati arrestati nella Repubblica d’Inguscezia (che confina con la Cecenia), secondo quanto riportano i media russi. Tutti questi nomi erano già noti alle forze di sicurezza russe sin dagli anni Novanta, coinvolti tanto in occasionali attacchi islamisti quanto nel giro della criminalità organizzata. Ma c’è chi li ha descritti anche come “milizie informali” al soldo dell’FSB, il servizio segreto russo.

 

Due tesi per spiegare l’omicidio
Al momento, una delle tesi al vaglio degli investigatori contempla il movente islamico radicale per l’omicidio, una versione che non convince e che si regge su ipotesi indimostrabili. La seconda tesi, quella privilegiata dagli inquirenti, vuole invece l’omicidio compiuto dal commando ceceno per un’altra ragione, molto più banale: il movente sarebbe semplicemente il denaro, si tratterebbe cioè di un omicidio su commissione. Questa seconda ipotesi è ben più robusta della prima e tuttavia parziale, perché monca di un particolare fondamentale, e cioè il mandante di questi sicari.

 Nonostante la velocità degli arresti, dunque, lo scetticismo e la prudenza prevalgono sulla soddisfazione e forse serve ricordare che anche dopo l’omicidio della giornalista Anna Politkovskaya vennero arrestati cinque uomini, ma il movente non fu mai provato né, soprattutto, si riuscì a risalire mai al mandante.

 

Il ruolo di Putin nella vicenda
Chi indica nel presidente Putin il responsabile dell’omicidio, afferma che Nemtsov progettava di pubblicare “alcune prove convincenti circa il coinvolgimento delle forze armate russe in Ucraina”. A riferirlo è però il presidente ucraino Petro Poroshenko, fonte non esattamente attendibile perché ineluttabilmente di parte.

 Chi sostiene che Vladimir Putin temesse il dissenso e le opposizioni al punto da ordinare un omicidio per metterle a tacere, dimentica che il consenso del presidente interno alla Russia a febbraio 2015 ha raggiunto l’86%, tra i dati più alti di sempre. Inoltre, Putin è lo stesso uomo che ha organizzato e fatto rispettare il secondo Accordo di Minsk sul cessate-il-fuoco in Ucraina, e non avrebbe alcun reale vantaggio dal proseguimento di una guerra al confine.

 Putin non vuole che l’Ucraina diventi un avamposto della NATO e userà ogni mezzo per impedirlo, questo è chiaro. Ma non è per volere di Mosca che la guerra ha avuto inizio e non sono certo russi gli agenti provocatori della rivolta di Euromaidan.

 

Il complotto interno
Per parte sua il Cremlino, nel condannare l’episodio, ha usato l’espressione-chiave “di natura provocatoria”. Come ben sottolinea anche la BBC, “provocazione” è la parola in codice che viene usata quando il Cremlino intende riferirsi ad azioni volte a destabilizzare lo Stato russo.

 Secondo il Cremlino, chi ha interesse a destabilizzare Mosca è certo la lobby delle armi nordamericana che - attraverso la longa manus della CIA e con il sostegno della Casa Bianca - spinge per ricreare ai confini orientali d’Europa una difesa armata in funzione anti-russa. Eppure, in mezzo a tutta questa dietrologia e in assenza di prove certe, si fa spazio anche un’altra ipotesi, molto scomoda e ancora poco battuta ma altrettanto attendibile, che punta al complotto interno.

 Da quando comanda la Federazione Russa (1999), Vladimir Putin ha costruito progressivamente un potere piramidale al cui vertice c’è un solo uomo e dietro il quale ci sono i suoi più fidati collaboratori, e un gradino più sotto quegli oligarchi che Putin ha scelto di salvare dal terremoto seguito al crollo del sistema economico di epoca sovietica.

 Secondo i piani, Vladimir Putin vorrebbe mantenere il potere ancora per molti anni, di certo fino al 2018 e forse fino al 2024, un tempo troppo lungo, secondo gli oligarchi, per azzardare predizioni economico-finanziare. Il rischio che la guerra a colpi di sanzioni tra Occidente e Oriente prosegua per tutto questo periodo è concreto e non può far certo piacere a chi ne è direttamente coinvolto (le sanzioni, come noto, hanno colpito molti dei fedelissimi del presidente).

 La ricetta politico-finanziaria del presidente, che oggi punta a una sorta di autarchia e che sta spostando verso la Cina e il resto dell’Asia l’asse economico per gli anni a venire, è fortemente avversata da una parte dell’establishment russo che, c’è chi scommette, farebbe di tutto per impedire il concretizzarsi di queste politiche. Anche macchinare una cospirazione per costringerlo a un passo indietro.

 

I possibili sostituti di Vladimir Putin
Già da tempo, in ambienti governativi, circolerebbero persino due nomi per dei possibili sostituti del presidente, graditi a chi non desidera una Russia guidata da Putin per altri dieci anni. Uno è quello dell’attuale ministro degli Esteri, Sergei Lavrov, artefice di tutti gli ultimi successi diplomatici di Mosca. L’altro è quello dell’ex ministro delle Finanze Alexei Kudrin, intorno al quale si sarebbe saldata una parte di oligarchi che teme per il proprio futuro e che non vede di buon’occhio lo strapotere putiniano.

 Kudrin si è espresso molto duramente contro le politiche economiche di Putin, bollandole come eccessivo conservatorismo. “Se il presidente si basa solo su approcci populisti, il Paese continuerà a indebolirsi, e perderà le opportunità di crescita economica […] Oggi il declino della crescita economica russa non è tanto il risultato delle sanzioni, ma la mancanza di riforma del sistema economico, in un momento in cui il prezzo del petrolio non è in aumento, ma in calo. Abbiamo bisogno di un altro modello economico” dichiarava Kudrin nel novembre scorso, criticando pesantemente il modello russo che “non osserva le regole dell’Organizzazione Mondiale del Commercio”.

 Kudrin ha definito “un errore” anche la politica che guarda alla Cina come alternativa per il rilancio economico. “Abbiamo bisogno di capire che per almeno 20 o 30 anni ancora, continueremo a ricevere le tecnologie di base da Ovest” ha sentenziato l’economista in un discorso che è piaciuto molto a Washington. In definitiva, quando si ragiona di opposizione e di contropoteri, bisogna ricordare che sono queste le vere critiche di cui Vladimir Putin ha ragione di temere ed è questa la vera opposizione in Russia.

© Riproduzione Riservata

Leggi anche

Commenti