Armi nucleari in Italia: dove, come, perché

Il Pentagono sta per investire 11 miliardi di dollari per ammodernare  gli ordigni nucleari presenti in Europa e in Italia

Aerei americani sulla pista di Aviano, dove si trovano decine di ordigni nucleari (Credits: GIUSEPPE CACACE/AFP/Getty Images)

Luciano Tirinnanzi

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La notizia lanciata dal quotidiano britannico Guardian secondo cui il Pentagono si appresterebbe ad ammodernare ben 200 ordigni nucleari B61, è di quelle che devono far riflettere. Soprattutto se questi ordigni nucleari si trovano anche in Italia. Sì, in Italia. Il nostro Paese, infatti, all’interno di un accordo segreto con gli Stati Uniti che risale alla Guerra Fredda e che sarebbe stato rinnovato nel 2001, ospita un numero imprecisato di ordigni nucleari. Il nome in codice del progetto di difesa nucleare è “Stone Axe” (Ascia di Pietra).

Nel rapporto “Us nuclear weapons in Europe” redatto nel 2005 dall’analista statunitense Hans Kristensen del Natural Resources Defence Council di Washington, si parla di 90 testate allocate in Italia. Dato che contrasta con il numero totale di ordigni riferito dalle fonti britanniche: secondo l’analista, infatti, le bombe nucleari presenti in Europa non sarebbero 200 bensì 481, più del doppio.

L’accordo segreto con l’Italia s’insinua tra le pieghe dei Trattati di non proliferazione nucleare (1968), nonostante questi prevedano di “non ricevere il trasferimento […] di armi o il controllo su tali armi nucleari, direttamente o indirettamente”. Più precisamente, si riferisce alla “condivisione nucleare”, concetto politico cui hanno aderito i Paesi membri dell’Alleanza Atlantica, che prevede la possibilità di impiegare armi nucleari per prevenire un attacco imminente o potenziale o per evitare che altri Paesi possano dotarsi di capacità nucleare militare. La “condivisione nucleare” è frutto delle riflessioni che seguirono alla riunificazione della Germania e che dovevano dare un nuovo ordine ai rapporti di forza tra le potenze nel dopo-Guerra Fredda. Scrive Kristensen nel febbraio 2005: “I piani d'attacco della NATO prevedono il lancio eventuale di B-61 contro obiettivi in Russia o in Paesi del Medio Oriente come Siria e Iran”.
Dove sono le bombe nucleari americane in Europa?

L’Europa, in seguito, decise di collaborare con gli USA nella rimozione delle testate nucleari, avendo il potere di richiederne la dismissione. Così fecero Danimarca, Islanda e Grecia. Ad oggi, però, le bombe statunitensi sono ancora conservate in Belgio, nei Paesi Bassi, in Italia, in Turchia e nella stessa Germania. Lo scopo? Mantenere un peso strategico rilevante negli equilibri internazionali.

Tutte le armi allocate in Europa sono bombe da caduta di fabbricazione statunitense, del tipo B61. Le 90 atomiche presenti in Italia si trovano nelle basi militari di Aviano, in provincia di Pordenone (50) e di Ghedi di Torre, in provincia di Brescia (40). Sono di tre modelli: B 61-3, B 61-4 e B61-10. Il primo modello ha una capacità di 107 kiloton, che significa una potenza dieci volte superiore all’atomica di Hiroshima, mentre il secondo ha una potenza massima di 45 kiloton e il terzo di 80 kiloton.
In Germania vi sarebbe il numero maggiore di ordigni, 150, ripartiti in tre basi aeree: Ramstein, Buchel e Norvenich. In Belgio ve ne sarebbero 20, a Kleine Broggle, e altre 20 nei Paesi Bassi, a Volkel. La Turchia ospita 90 bombe, lo stesso numero dell’Italia, pressoché tutte a Incirlik. Ma vi sarebbero altre due basi operative, ad Akinci e Balikesir.

Le armi nucleari adattate per i cacciabombardieri F-35

La notizia del Guardian, comunque, era un’altra. E cioè che questi ordigni oggi debbono essere manutenuti e riadattati, per poterle utilizzare come armi teleguidate montate sui cacciabombardieri F-35, proprio quei costosissimi aerei che il governo italiano ha recentemente acquistato dagli USA (Lockheed Martin) e che rientrano nell’imponente programma “Joint Strike Fighter” di rinnovamento del parco velivoli da guerra, per gli Stati Uniti e i suoi alleati. Per l’Italia, l’accordo prevedeva inizialmente l’acquisto di oltre un centinaio di F-35 per sostituire gli Amx e i Tornado dell’Aeronautica e gli Harrier della Marina. Numerose polemiche erano seguite alla notizia che i costi si aggiravano intorno ai 16 miliardi (quasi 200 milioni a pezzo) e che, soprattutto, sarebbero vulnerabili ai fulmini. Ma questa è un’altra storia.

L’investimento del Pentagono

Ciò detto, il Pentagono si appresterebbe ora a investire 11 miliardi di dollari per ammodernare queste testate nucleari europee B-61, con nuove alette di coda da comandare a distanza. Se la notizia fosse vera, sarebbe non solo la conferma implicita della presenza di tali armi nucleari in Europa ma smentirebbe quanto dichiarato da Obama nel 2010, all’epoca in cui ribadì che non avrebbe più sviluppato nuove armi.

Del resto, come si legge in un file classificato come “confidenziale” dell’ambasciata USA e diretto al Dipartimento di Stato a Berlino l’11 novembre 2009, “il ritiro delle armi nucleari dalla Germania e forse da Belgio e Olanda potrebbe rendere politicamente molto difficile per la Turchia mantenere il suo arsenale, essendo ancora convinta della sua necessità”. Dunque, pare di capire, la posizione NATO è la seguente: finché in Medio Oriente ci sarà la minaccia iraniana, le bombe in Europa per il momento restano. Se ne parlerà al prossimo G8 di giugno?

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