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Non basta essere nati in Italia per essere italiani

Sullo ius soli forse un'ipotesi di mediazione c'è: concedere la cittadinanza solo al compimento del ciclo scolastico delle elementari

 

L’Italia ha davvero una vocazione multirazziale? Mica tanto. Bisogna distinguere fra la necessità di integrare degli immigrati che sono venuti in Italia in cerca di lavoro e desiderano diventare italiani e il principio americano secondo cui basta essere nati sul suolo dello Stato per diventare cittadini di quello Stato.

Gli Stati Uniti, diversamente dall’Italia, sono un Paese che si è sviluppato con la vocazione di una terra di emigranti provenienti da tutto il mondo: “Land of opportunities” per tutti. E funziona: oggi l’America è meticcia come mai prima. I tratti asiatici prendono il sopravvento, lo spagnolo sta per diventare o è già diventato seconda lingua ufficiale nei diversi Stati dell’Unione. Basta avere l’accortezza di far nascere i figli su suolo americano, e quelli sono americani, una volta e per tutte. Conosco molte donne che sono andate a partorire in America per garantire ai propri figli i privilegi di quella nazionalità. Ma, attenzione: negli Stati Uniti il figlio d’immigrati clandestini, generalmente messicani ma non soltanto, è sì un cittadino americano, ma la madre immigrata clandestina scoperta anni dopo il suo ingresso illegale, viene senza complimenti deportata nel Paese d’origine e separata dal figlio “americano” che resta negli States fra scene drammatiche di lacrime e urla davanti alla televisione.

 

Lo zio Sam è inflessibile: solo chi è nato su suolo americano è americano, ma chi è entrato illegalmente, non importa quanto sia stato laborioso ed eroico, viene cacciato. Adesso Obama sta preparando una legislazione meno drastica, ma questa è stata finora la regola.

C’è poi il caso di grandi nazioni ex imperiali come la Francia e il Regno Unito che ospitano sul proprio suolo e nelle proprie capitali molti milioni di cittadini provenienti dalle loro colonie ed ex colonie: milioni di pakistani in Inghilterra stanno modificando l’identità stessa di quel Paese e, fra quei milioni, molti sono risultati simpatizzanti o arruolati da al-Qaeda. L’Italia ebbe il suo breve periodo imperiale di cartapesta, ma a parte i buoni propositi enunciati nella canzoncina coloniale fascista “Faccetta nera” (“sarai romana e per bandiera tu c’avrai quella italiana”) il nostro Paese non ha praticamente mai avuto una rappresentanza permanente di cittadini di origine somala, etiope o libica. Negli anni Cinquanta ricordo che nelle scuole italiane si vedevano dei ragazzini africani con padre italiano, ma erano una sparuta minoranza. Da noi è mancata l’abitudine alla presenza delle altrui culture, degli altrui colori, delle lingue esotiche.

In Italia vige fin dall’inizio della nostra storia unitaria il cosiddetto ius sanguinis diritto di sangue: tu sei italiano se almeno uno dei tuoi genitori è italiano, non importa dove tu sia nato. Adesso ci troviamo di fronte a fatti e considerazioni e pulsioni nuove.

Provo ad elencarle. È cresciuta in questi anni almeno una generazione di ragazze e ragazzi italiani come Balotelli: pelle di un altro colore, parlata di casa nostra, lombarda o romana, napoletana o piemontese. I nostri figli hanno per compagni di scuola figli di emigrati che dopo un mese parlano come loro e dunque questo fatto mette in luce un’ingiustizia: perché quel bambino identico al mio, salvo l’aspetto esteriore, non deve essere un mio concittadino con uguali diritti e doveri?

Seconda considerazione, stavolta negativa. In molti Paesi arabi e africani si raccomanda alle donne incinte di andare a partorire in Europa e trasferire da noi i pesi e i costi della sanità e dell’istruzione. C’è anche un risvolto, una venatura che ha a che fare con il terrorismo: al-Qaeda considera una vittoria politica poter far nascere migliaia o decine, centinaia di migliaia di bambini arabi e musulmani in Europa, da usare in futuro come elementi disgreganti delle nazioni occidentali. Secondo questo piano, che si legge anche su Internet, i bambini una volta nati dovrebbero tornare nel Paese d’origine materna, mantenendo però la cittadinanza di un Paese europeo, per potervi tornare a far danni quando verrà il momento.

Che fare? A complicare la questione è arrivato lo shock del picconatore Mada Kabobo che ha ucciso per strada a picconate tre poveri cittadini italiani, innocenti e sereni cui è stato sfondato il cranio e il petto. Il signor Kabobo, africano del Ghana, non solo uccideva, ma prendeva dalle sue vittime il portafoglio e il cellulare, come un animale predatore. Questo delitto ha sconvolto l’opinione pubblica perché appartiene ad un genere finora sconosciuto. Tutti i delitti sono orrendi, pensiamo al tipico delitto americano commesso dal cecchino che da una terrazza uccide venti studenti col fucile. Ma quello di Kabobo ha certamente una valenza così torbida, così primitiva da suscitare grandi e giustificate paure. Tanto è vero che ha provocato un grande malumore, disapprovazione e insulti l’improvvido intervento alla Camera del deputato, e medico neurologo, Gian Luigi Gigli di Scelta Civica che ha cercato di minimizzare e persino di giustificare il delitto sostenendo che fame e disoccupazione possano “far uscire di testa chiunque”. L’intervento di Gigli ha anche provocato applausi a sinistra, in polemica con la Lega che esprimeva sdegno per l’accaduto.

Ci pare anche il caso di citare l’arringa della dottoressa Ilda Boccassini alla fine del processo Ruby, quando ha descritto la ragazza marocchina con parole che da molti sono state considerate del tutto inopportune: la ragazza Ruby vive in Italia da moltissimi anni, parla un italiano perfetto con un lieve accento milanese e si presenta, comunque la si voglia considerare, come una ragazza italiana di origine straniera. Ma per la Boccassini quel che conta, è sembrato capire, è il lascito antropologico, anzi genetico, della sua origine “orientale”. Da notare che il Marocco, di cui è originaria Ruby, è il più occidentale degli Stati Africani, molto più ad Ovest dell’Italia: ma per Ilda Boccassini non c’è dubbio che prevalga la permanenza dell’indole, il ritratto lombrosiano di una ragazza “levantina” e dunque furba, dedita all’inganno, sull’italianizzazione della persona.

Stiamo freschi: se la magistratura considera i giovani immigrati irreparabilmente marchiati dal Dna d’origine, un Dna apparentemente deplorevole, infido, primitivo, sarà difficile sostenere la loro naturalizzazione.

Dunque che fare? Il gioco, o meglio il problema, è aperto e le soluzioni anche. Si tratta di usare la giusta misura di buon senso e rispetto per regole e identità di tutti. E’ evidente che bisogna trovare una soluzione per tutti quei bambini e ragazzi che sono, pensano e parlano come perfetti italiani e che non si sanno spiegare perché debbano essere considerati diversi dai loro coetanei nati da “sangue” italiano.

C’è una soluzione che già era stata prospettata dal precedente governo e che mi sembra molto ragionevole: negare la cittadinanza italiana immediata al bambino soltanto perché è nato sul nostro suolo da genitori stranieri immigrati. Ma concederla al compimento del ciclo scolastico delle elementari. E’ un’antica regola quella di considerare come proprio Paese d’origine quello in cui si sono fatte le elementari. E’ in quel ciclo scolastico che si forma l’identità, la personalità e la base culturale del futuro adulto. In questo modo si potrebbe anche evitare di distribuire a piene mani certificati di nazionalità a bambini che, una volta venuti al mondo in Italia, fossero subito portati nel Paese d’origine dei genitori, salvo pretendere di rientrare in Italia con pieno diritto, una volta arrivati all’età adulta. Insomma, porte aperte ai nuovi cittadini italiani desiderosi di essere italiani e che hanno studiato nelle nostre scuole, ma no ad ogni automatismo: questo il certificato di nascita, questo il passaporto. Sarebbe un compromesso umano e accettabile che garantirebbe all’Italia una certificata qualità di nuovi cittadini, senza cedere sul diritto automatico a scatola chiusa.

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