Politica

La coerenza della sinistra sul voto palese

La decisione sul voto per Berlusconi (contra personam) letta alla luce della frasi e degli atti della storia comunista

Matteo Renzi e Guglielmo Epifani durante una manifestazione elettorale al teatro Politeama di Napoli (Credits: ANSA / CESARE ABBATE)

Va bene che bisogna porgere l’altra guancia, ma a un certo punto pure basta. “Non c’è bisogno di essere esperti di regolamenti parlamentari per capire che a qualsiasi altro senatore si fosse trovato nelle condizioni di Berlusconi sarebbe stato concesso il voto segreto”, comincia così l’editoriale del Corriere della Sera di oggi firmato da Antonio Polito, che non è notoriamente un pasdaran berlusconiano. Quello che si e' consumato ieri è l’ennesimo atto di sciacallaggio politico. A dolersene non dovrebbero essere soltanto Berlusconi e i suoi. Dovremmo dolercene tutti. Piegare le regole alla logica della convenienza, sacrificare la cogenza della norma e della prassi istituzionale sull'altare del bieco calcolo politico vuol dire rinunciare allo stato di diritto, dove suprema è la legge e non l'interesse dei partiti.

C’è poco da fare, la Giunta per le autorizzazioni del Senato ha modificato le regole a partita iniziata. Con l’introduzione surrettizia di un parere, ha introdotto una norma contra personam. Un trattamento speciale confezionato su misura per lui, l’Arcinemico, da mettere alla porta il più presto e senza tanti riguardi.

Storpiando le regole gli uni e gli altri hanno raggiunto un duplice obiettivo. Da una parte, i democratichini hanno scongiurato il pericolo di qualche brutto scherzo grillino coperto dalla segretezza del voto. Dall’altra, lo scalpo del Cavaliere potrà essere esposto come un trofeo di legalità, parola oggi assai più in voga di libertà e giustizia. Tutti potranno prendersene i meriti, in maniera pubblica ed inequivocabile. Potranno appuntarsi la medaglia sul petto.

Bel concetto quello di legalità in bocca agli Epifani e ai Renzi. Sì, come no, legalità se e quando conviene. “Il principio di legalità in uno stato democratico viene prima di qualsiasi valutazione politica. Bisogna avere una linea rispettosa ma anche molto ferma. Io non vedo altre strade”, copyright Epifani. E che dire di Renzi? Il segretario in pectore del Pd, che a differenza dell’attuale capo del partito non vanta un passato da sindacalista della Cgil e che fino allo scorso dicembre firmava lettere pro amnistia, ci ha spiegato che non è “serio” fare un’amnistia o un indulto perché “la legalità è un valore di sinistra” e va insegnata ai giovani. Poi un paio di giorni fa, oltre a dichiararsi a favore del voto palese, a chi gli faceva notare il caos dei congressi locali condotti all’insegna di brogli, manomissioni e immigrati neovotanti, egli ha risposta, sempre in nome della legalità: “Possono gonfiare quello che vogliono, l’8 dicembre votano i cittadini”.

La sinistra però non è stata sempre questa cosa qui, che sventola come una banderuola al vento. Quando Bettino Craxi da presidente del consiglio aumentò il ricorso al voto palese per snellire l’approvazione di disegni di legge e decreti (lui aveva intenzione di governare, non di traccheggiare come i nostri probi quarantenni), comunisti e penne organiche, Scalfari in testa, difesero con le unghie e con i denti la prerogativa del voto segreto sottolineando come fosse stato proprio il regime fascista a ridurre il ricorso ad esso.

Per la verità, Mussolini lo abolì del tutto nel 1939 con una legge istitutiva della Camera dei fasci e delle corporazioni dove si leggeva all’articolo 16, ultimo comma, che “le votazioni hanno luogo sempre in modo palese”. Lo Statuto Albertino del 1848 prevedeva il voto segreto “per la votazione del complesso di una legge e per ciò che concerne al personale”. La logica sottostante era ed è che ogni volta che si decide su una questione concernente la persona l’eletto deve poter agire secondo coscienza, libero da qualsivoglia condizionamento. Non come un burattino telecomandato dal Grillo di turno.

Il 23 aprile 1947 il presidente Umberto Terracini, comunista, comunica all’Assemblea costituente che una ventina di membri hanno presentato, come previsto dal regolamento, la richiesta di votazione a scrutinio segreto sull’ammissibilità in Costituzione del criterio di indissolubilità del matrimonio. I venti sono laici di sinistra, non comunisti, che forse pensano già alla introduzione del divorzio in Italia, cosa che “il matrimonio indissolubile” in Costituzione non avrebbe consentito. I costituenti reagiscono con un misto di sorpresa e perplessità. Giovanni Gronchi, presidente del gruppo della Dc, si lancia in un processo alle intenzioni, precisando che quella richiesta non può “avere che due moventi: o lo sperare di guadagnare pavidi proseliti alla propria causa…o il calcolo di convenienza…che equivale al non avere il coraggio politico di assumere una posizione”. “Varrebbe la pena – conclude Gronchi – che ciascuno dei colleghi costituenti a viso aperto assumesse la propria responsabilità”. Il socialista Rocco Gullo, tra i firmatari della richiesta, ribatte che l’articolo 97 del regolamento prevede lo scrutinio segreto, “ciò significa che si può, e in certe occasioni, si deve, votare a scrutinio segreto, senza che questo comporti una taccia di mancanza di coraggio civile”. A quel punto interviene lapidario Palmiro Togliatti: “Noi non abbiamo chiesto il voto segreto e non ce ne importa nulla, perché il nostro voto è pubblico. Noi non vogliamo il divorzio”. Ma, aggiunge Togliatti, quello il cui volto campeggia ancora in molte sezioni Pd, “Noi siamo 104 comunisti. Siamo una minoranza. Guai se ammettessimo che si violi il regolamento della Camera. Il regolamento della Camera è il presidio della nostra libertà. Per questo, se è stata chiesta la votazione segreta, la votazione segreta si deve fare”.

Ditelo ai nostri, quelli per cui il voto trasparente è presidio della propria viltà. E della propria inconsistenza.

© Riproduzione Riservata

Commenti