Varoufakis e la Grecia: cosa non convince

A Cernobbio il ministro delle finanze si atteggia da vera "cicala" greca. Un fuoco di paglia, che si spegnerà presto se Atene non accelererà sulle riforme

Yanis Varoufakis

Yanis Varoufakis, ministro delle finanze greco – Credits: Olycom

Yanis Varoufakis, il ministro delle Finanze di Atene, mentre il suo paese agonizza se ne va a fare passerella internazional-mediatica a Cernobbio, tra salotti affrescati, stanze di lusso e assalti non certo sgraditi di flash e telecamere. E non c’è dubbio, la sua presenza scenica è tale che riesce a galvanizzare la platea, a stregare l’uditorio dei vip. Si trova perfettamente a suo agio, con moglie bella e bionda ed elegante (come lui) a braccetto fra marmi e porcellane. E risponde col sorriso a chi osserva che forse stona con la sua immagine di campione dei poveri e diseredati la fotografia della sua casa ad Atene e terrazza con vista sul Partenone, o il servizio glamour su Paris Match prima di sbarcare a Cernobbio.

Yanis o Vanis? Vera cicala greca. Cosmopolita mediterraneo, affascinante ed eccentrico. Peccato che dietro quest’apparenza che è riuscita a oscurare perfino l’icona della nuova sinistra greca, il premier Alexis Tsipras, sta il baratro di fronte al quale si trova la Grecia, la corsa verso il burrone che in poche settimane obbligherà il governo greco a dichiarare fallimento se nel frattempo non avrà trovato la quadra nella trattativa con le “istituzioni”, pseudonimo della sempiterna Troika (Commissione europea, Banca centrale europea, Fondo monetario internazionale).

Posso dirlo? Sarà antipatico, sarà pure l’incarnazione del glaciale cinismo tedesco, ma il luterano Wolfgang Schäuble, il ministro delle Finanze tedesco (alter ego a Berlino di Varoufakis) mi piace molto di più e mi dà un senso maggiore di affidabilità umana. Nel 1990, Schäuble subì un attentato da parte di uno squilibrato, nel contesto di una campagna politica inquadrata nella riunificazione della Germania e nell’adesione alla moneta unica europea. Forse, ha pagato anche per questa sua coraggiosa determinazione al fianco di Helmut Kohl. La Germania ha attraversato e superato la sua stagione dei sacrifici, mentre in tutti questi anni i governi greci di destra e di sinistra non hanno fatto altro che mentire sui bilanci e garantire ai loro concittadini misure di welfare insostenibili. Perché allora sarebbe uno scandalo, oggi, l’uscita della Grecia dall’Euro? Quell’uscita “disordinata” di singoli paesi di cui Schäuble parla come di una possibilità da non escludere? Sarebbe peggio per l’Europa consentire la rottura delle regole (e quindi l’inaffidabilità dell’Unione davanti al fallimento di paesi incapaci di onorare gli impegni), che non invischiarsi in un braccio di ferro estenuante con governanti accecati da ideologie che la storia ha sconfitto.

Per intenderci.
A partire dal 2010 la Grecia ha beneficiato di due piani di salvataggio della Troika (sì, della Troika) per 244,6 miliardi di euro di prestiti agevolati. Ne ha incassati finora 226,5 (in parte sono soldi nostri). Il Fondo monetario internazionale ha contribuito per 31,8 miliardi, il Meccanismo europeo di stabilità per 141,8. Quindici Paesi europei hanno messo mano alle proprie tasche stipulando prestiti bilaterali per complessivi 53 miliardi.

La Grecia deve incassare ancora 18,1 miliardi. Una prima tranche, 7, che era prevista già alla fine del 2014, è bloccata dalle inadempienze di Atene che non ha introdotto tutte le riforme che aveva promesso in cambio dei prestiti. Nel frattempo, il governo Tsipras ha un disperato bisogno di liquidità, avendo un debito che oscilla secondo le stime fra i 315 e i 324 miliardi di euro. Per versare i suoi “pagherò” (6 miliardi a brevissimo termine) ha necessità di andare avanti con la tabella di marcia fissata dalla Troika (sì, la Troika). Da quando Tsipras è andato al governo e ha affidato il negoziato con la UE a Varoufakis (già studente e poi professore di Economia in Gran Bretagna e Australia - donde è scappato per orrore verso i governi “di destra” - Stati Uniti, ma in Università di seconda schiera, e Atene), la Grecia non ha fatto altro che perdere tempo prezioso nella definizione di un programma che fosse commestibile per la Troika (ripeto, la Troika).

Francia e Italia, paesi fautori di una svolta nella politica europea dall’austerità alla crescita, non hanno potuto che allinearsi al rigore del Nord Europa perché proprio i paesi più fragili e quelli (Spagna, Irlanda e Portogallo) già passati per la cura da cavallo di programmi più o meno ufficiali, sono i primi a non poter tollerare che gl’impegni vengano disonorati.

Da Atene, invece che seri programmi di riforme in cambio di nuovi fondi e finanziamenti, è arrivata la rivendicazione anti-tedesca di risarcimenti per i crimini della Seconda guerra mondiale, con argomentazioni che la Corte internazionale di giustizia ha già bocciato una volta (ne sappiamo qualcosa noi italiani che ci siamo trovati nella stessa causa coi greci contro Berlino e ne siamo usciti sconfitti). Ma poi: la Seconda guerra mondiale? Ma di che stiamo parlando? Ma davvero la Grecia pensa di potersi risollevare dal baratro dichiarando guerra alla Germania o scaricando la responsabilità dei propri errori sul capro espiatorio di turno straniero? L’impressione è che Varoufakis sia solo una pittoresca meteora nel panorama continentale. Un fuoco di paglia che dovrà presto spegnersi nella doccia fredda che aspetta i greci se con Tsipras tireranno troppo la corda.

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