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Uscire dall’euro, una provocazione o una proposta?

Avremmo molto da perdere da un'uscita dalla moneta unica. Ma il sasso lanciato dall'ex premier contiene una verità

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Silvio Berlusconi

Uscire dall’euro, una provocazione o una proposta? Forse, quella di Silvio Berlusconi è soltanto una constatazione di fatto da parte del leader del PDL, ex presidente del Consiglio e insieme uno dei grandi imprenditori italiani. Una “provocazione” rispetto alla politica dei paesi dell’Eurozona incapaci da un lato (la Germania di Angela Merkel) di promuovere la crescita invece di costringere i paesi meno virtuosi a misure recessive che finiscono con l’aggravare la crisi di tutta l’Unione europea, e dall’altro (la Francia di François Hollande) di cedere quote di sovranità nazionale al sogno, o ormai alla necessità, di una maggiore integrazione europea che consentirebbe di ammorbidire la posizione tedesca e favorire iniziative comuni (unione bancaria, fiscale, modifica del mandato e degli strumenti della Banca centrale europea, investimenti nelle infrastrutture).

Il duplice irrigidimento di Berlino e Parigi su posizioni nazionali tradizionali tra loro configgenti autorizza qualsiasi scenario, anche quello di un ritorno alle vecchie monete. Siamo quindi costretti dalla situazione a considerare le conseguenza di un’uscita dall’Euro e/o di uno sfaldamento dell’Eurozona. L’Italia, che ha ereditato in decenni di spese allegre dei governi un debito pubblico da record (oltre il 120 per cento del PIL e più di 1900 miliardi di euro), per sfuggire al tunnel della recessione dovrebbe a quel punto tirarsi fuori dall’Eurozona e ricorrere come in passato a svalutazioni competitive: i nostri prodotti costeranno di meno e saranno esportati di più, investire in Italia sarà più conveniente, potremo pagare il debito stampando moneta (ma dovremo anche procedere speditamente con le riforme strutturali).

Che cosa dice in realtà Berlusconi, e qual è la realtà che il Cavaliere ha sotto gli occhi quando insiste nel prospettare la possibilità del ritorno alla lira? In sintesi:

La politica europea attuale, imposta dalla Germania, è tutta centrata sul risanamento fiscale, che obbliga a finanziarie lacrime e sangue con tasse da paura, impoverimento delle famiglie e riduzione drastica del Prodotto interno lordo i paesi con problemi (interessi sull’elevato debito pubblico per l’Italia, la bolla immobiliare e la fragilità delle banche per la Spagna, il default di fatto per la Grecia, e poi le difficoltà di Portogallo e Irlanda, che però sta riemergendo con orgoglio dal baratro). La crisi globale ha colpito in questi anni anche Stati Uniti, Giappone e Gran Bretagna, che però alle spalle avevano e hanno banche centrali in grado di stampare moneta. In Europa no, la Banca centrale non ha il supporto di un governo europeo, la sua “ragione sociale” è in pratica quella di fare la guardia all’inflazione per conto del paese che più di ogni altro ne ha il sacro terrore: la Germania. In assenza di garanzie bancarie europee, e della valvola di sfogo delle nuove banconote da stampare nei momenti di maggiore pressione, per i mercati la difficoltà dei singoli paesi dell’Eurozona a onorare i debiti diventano una ghiotta occasione per attacchi speculativi e conseguenti ulteriori debiti di quei paesi. Unico sollievo l’iniezione di liquidità della Bce per far fiatare banche e governi (ma non le imprese).

Se la Germania non cambierà politica sarà necessario (sostiene Berlusconi) o che Berlino e il gruppetto di paesi virtuosi lasci l’euro, o che ne escano i paesi che sarebbero a lungo andare stritolati dalla spirale recessiva. “Non è una bestemmia”, per il Cavaliere, pensare anche a questa eventualità. In fondo, oltre all’errore di aver concesso troppo nel cambio d’ingresso con l’euro, l’economia italiana marciava alla grande quando era possibile fare svalutazioni competitive della lira.

Inoltre, il cappio al collo del patto fiscale approvato dall’Unione europea non considera appieno per l’Italia (che in teoria sarà tenuta a rientrare nel rapporto del 60 per cento tra debito e PIL con manovre d’aggiustamento da oltre 40 miliardi di euro l’anno) due fattori che rendono meno drammatica la situazione della nostra economia: l’alto risparmio privato da aggregare al debito pubblico, e l’entità immensa dell’economia al nero.

Certo, l’uscita dall’euro comporterebbe uno choc spaventoso. In concreto, significherebbe ritrovarsi con in banca la metà del valore dei risparmi, nei negozi prezzi alle stelle per via dell’inflazione, la sfiducia dei mercati, un generale precipitoso impoverimento della popolazione. Solo allora avrebbe inizio la risalita. Vi sarebbe la crescita. Ma a quale costo. In Argentina vi furono assalti alle banche, saccheggi nei negozi, scontri nelle strade. E poi l’Argentina è guarita, ma grazie alla ricchezza di materie prime alimentari.

Eppure la tentazione della rottura, se la corda retta da Berlino rimarrà tesa fino a strozzarci, è legittima e va presa in considerazione. Specie se Monti si rivelerà sempre meno in grado di far fare al paese il salto delle riforme, quelle vere come la flessibilità del lavoro, a causa dei ricatti della sinistra e dei sindacati. Berlusconi, come sempre, dà voce a un sentimento diffuso. Senza nessuna concessione al “politicamente corretto”.

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