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Ue: la posta in gioco del semestre italiano

I margini sulla flessibilità, la comunicazione, il braccio di ferro con la Germania: che cosa deve aspettarsi l'Italia, al di là dei roboanti annunci, nei prossimi sei mesi. Chi è Juncker

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Matteo Renzi, Presidente del Consiglio – Credits: Gettyimages

 

Ansia e retorica. Il semestre di presidenza italiano dell’Unione Europea si svolgerà all’insegna di un grande impegno di comunicazione da parte di Matteo Renzi, per la prima volta alla prova continentale, a fronte di una situazione ferma ai paletti imposti dalla Germania e dai Paesi del Nord sul rispetto dei vincoli (tradotto: stabilità e rigore). L’ansia è per i vincoli, la retorica è nella presidenza. La filosofia della crescita caldeggiata da Renzi (che ha scippato la leadership dell’Europa socialista a Hollande, presidente in ombra di una Francia in difficoltà) fatica a imporsi. Resta un miraggio. Riuscirà a farsi strada, semmai, attraverso piccole, graduali e molto sudate concessioni del cancelliere tedesco Angela Merkel, in cambio di una vera riduzione della spesa pubblica e di riforme certificate, strutturali sul fronte del mercato del lavoro, della giustizia e della pubblica amministrazione. Senza questi passi avanti, anche la modesta concessione formale dell’“uso migliore della flessibilità” che ha fatto capolino nei documenti dell’ultimo vertice europeo non produrrà l’allentamento del patto di stabilità, del fiscal compact e neppure delle raccomandazioni del Consiglio Europeo che sono, nero su bianco, tuttora “inflessibili”. Qualsiasi decisione verrà presa dalla Commissione guidata da Jean-Claude Juncker, ex premier lussemburghese che non a caso ha scelto come proprio capo di gabinetto un tedesco molto vicino alla CDU della Merkel.

Quindi Renzi si appresta, pare per la prima volta con un testo scritto come coperta di Linus, a inaugurare i sei mesi di presidenza italiana dell’Unione. Saranno per certi versi mesi privi di vera incisività, non per colpa di Renzi ma per via della fase di transizione istituzionale che coincide col timone in mani italiane. La tabella di marcia comprende un primo dibattito sui conti pubblici dei diversi Paesi nei vertici dell’Eurogruppo (7 luglio) e il giorno dopo dei ministri dell’Economia e delle Finanze (l’8). Il 16 luglio, nuovo vertice dei capi di governo per definire le altre nomine, a partire dall’Alto rappresentante per la politica estera e di difesa dell’Unione e dal numero 1 dell’Eurogruppo. Gli insediamenti e l’inizio dei lavori della Commissione e del nuovo Consiglio europeo saranno completati solo a dicembre, quindi con la fine della presidenza italiana. Nel frattempo, è escluso anche solo l’avvio di un dibattito concreto sulla riforma dei Trattati in direzione della crescita. Così come la riscrittura dell’architettura europea che avverrà solo in una futura Conferenza intergovernativa (Cig) successiva alla presidenza Renzi.

La scommessa dell’Italia riguarderà i margini di flessibilità concessi dalla Commissione nel quadro dei Trattati e dei vincoli attuali. In particolare, la proporzione Italia-Europa nei cofinanziamenti legati ai fondi strutturali, e la valutazione delle riforme in vista di un difficile ma possibile rinvio degli obblighi di pareggio dell’Italia. Altre leve su cui premere, gli investimenti nelle grandi opere infrastrutturali con i fondi della BEI, la Banca europea d’investimenti, e l’eventuale ricorso a project bond o addirittura forme di eurobond. Altro obiettivo italiano: distribuire un po’ anche ai nostri partner europei gli oneri di Mare Nostrum, inserendo l’operazione di soccorso in mare ai migranti in una più integrata e corale azione dell’agenzia europea Frontex, magari attraverso una polizia frontaliera dell’Unione (il principio da far valere è quello dei confini italiani come confini europei).

Al di là di tutto questo (che nella sostanza non è granché e non migliora affatto la situazione dell’Italia su vincoli da rispettare e riforme da fare), Renzi avrà un palcoscenico continentale dove far valere la giovane età come emblema di un’Europa che “cambia verso” in virtù del passaggio di potere alla “generazione Erasmus”. Il tutto con l’obiettivo di lungo, anzi lunghissimo termine, anche un po’ retorico e ridondante, degli Stati Uniti d’Europa. Una prospettiva che si scontra però con la perdita di peso della Commissione rispetto agli organismi inter-governativi. È vero che da un lato per la prima volta il presidente della Commissione è stato scelto non all’unanimità, e sulla base di un’indicazione elettorale (non in tutti i Paesi dell’Unione), ma è pur vero che l’organismo federale, la Commissione, è sempre più il mero esecutore delle decisioni prese dai Paesi che contano. Germania in testa.

 

  

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