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Tutte le "colpe" di quel discolo di Matteo Renzi

I big del Partito democratico lo attaccano ma il sindaco di Firenze, tra camper e convention democratica in USA, continua a macinare consensi

renzi

Facciamo un esperimento. Mettete in fila i vecchi del Partito democratico, D’Alema, Bersani, Rosy Bindi, la Finocchiaro, ma anche quelli che una volta erano giovani e ora appartengono alla generazione bruciata che non ha saputo ribellarsi/emanciparsi: gli Enrico Letta e i Dario Franceschini. Aggiungete i sempreverdi stagionati e pronti all’uso, i Romano Prodi e i Giuliano Amato. E i giovani che portano (ancora) acqua al mulino dei vecchi senza fiatare (i Matteo Orfini, responsabile cultura e informazione del PD, per il quale “se Bersani dice che non esiste alcun patto di sindacato tra i big contro Renzi, non esiste alcun patto”). Immaginiamoli tutti su una passerella, alfieri della proposta progressista alle prossime elezioni (guai a definirla “riformatrice” dopo la scelta di Bersani di allearsi con Vendola). Spostiamo quindi lo sguardo in un angolo lontano dove c’è un giovanotto solitario, un 37enne vestito giusto e senza forfora sulle spalle. Sicuro di sé, quasi spavaldo.

Adesso ponetevi una domanda: chi scegliereste? Non ci vogliono doti divinatorie per intuire la risposta, forse non bisogna neppure essere di sinistra per preferire Renzi a tante facce di cariatidi. Per questo il sindaco di Firenze non piace solo a una porzione emancipata e impaziente del Partito democratico, ma anche a una parte di elettorato di centro-destra. I vecchi del PD gli imputano il consenso a destra come una colpa, non un atout. Ma perfino giornali tradizionalmente schierati con la nomenklatura di sinistra (vedi “Repubblica”) cominciano a riservare un’attenzione “in-censurata” verso lo sfidante fiorentino. Forse hanno fiutato l’aria, e capiscono di non poter ignorare la sua dirompente campagna per le primarie. Hai visto mai…

In un paese normale, neanche Matteo Renzi sarebbe più considerato un ragazzo. Eppure lo chiamano “il ragazzo” di Firenze. Eccolo girare per l’Italia in camper. Lui spiega che così può rientrare di notte a casa, e fare il sindaco. Poi volare oltreoceano a Charlotte, North Carolina, “a spese mie” per la Convention democratica. Un primo cittadino tra i sindaci americani che corrono per Obama. Siede al tavolo con il giovane ex ministro degli Esteri britannico David Miliband, con parlamentari di altri paesi e col principe dei guru democratici (statunitensi) John Podesta, già capo di gabinetto di Bill Clinton (Renzi cita la vittoria di Clinton vent’anni fa rivendicando di averla seguita “con l’emozione dei miei 17 anni”). Ve lo immaginate allo stesso tavolo Bersani? O D’Alema? O Prodi?

Per inciso, si è parlato in inglese e senza interprete. I maggiorenti del PD e i loro giovani portaborse attaccano Renzi per paura. Lo rimproverano di non parlare di programmi ma di presentarsi solo come rottamatore, un po’ poco per governare, s’inventano addirittura (Matteo Orfini) di appiccicargli l’etichetta di “vecchio” perché al di là del dato anagrafico arriverebbe buon ultimo dopo il fallimento della sinistra liberale amica dei mercati, innovatrice 15 anni fa (Clinton, Blair). Renzi non si scompone, insiste a mostrare la carta d’identità e sbeffeggia “nonno Massimo” che per primo lo ha aggredito.

Adesso guardate di nuovo i piatti della bilancia: su uno gli ultrasessantenni che siedono da decenni in Parlamento (quegli ultrasessantenni), sull’altro Renzi. E rispondete di nuovo alla domanda: chi scegliereste? Chi vi piace? La politica è un gioco semplice: consiste nel guadagnar voti, raccogliere… prefeRenzi.

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