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Togliete l'abito talare a don Corsi

Il punto di contatto tra integralismo cattolico e musulmano: il disprezzo delle donne

Rimosso, subito. Per ordine del vescovo”. Ci avevamo quasi creduto. Ma l’incipit dell’articolo di “Avvenire”, il quotidiano dei vescovi italiani, su quelli che definisce semplicemente “errori del parroco di San Terenzo” a Lerici, don Piero Corsi, non riguarda il licenziamento seduta stante e come meriterebbe di don Corsi. La rimozione ordinata dal vescovo di La Spezia, Luigi Ernesto Palletti, si riferisce solo al volantino incriminato, una ripresa affissa nella bacheca della parrocchia dell’editoriale apparso sul sito ultra-cattolico www.pontifex.roma.it con il titolo: “Le donne e il femminicidio, facciano sana autocritica. Quante volte provocano?”.

Stupro e uccisione delle donne non sarebbero responsabilità esclusiva di uomini violenti come vorrebbe “una stampa fanatica e deviata”, ma anche di donne che “sempre più spesso provocano, cadono nell’arroganza, si credono autosufficienti e finiscono con esasperare le tensioni”. Quali le prove di quest’arroganza? “Bambini abbandonati a loro stessi, case sporche, piatti in tavola freddi e da fast food, vestiti sudici”. Se una famiglia “finisce a ramengo e si arriva al delitto, spesso le responsabilità sono condivise”.

L’unico sussulto di umanità in una parentesi: il delitto è pur sempre una “forma di violenza da condannare e punire con fermezza”. Ci mancherebbe. Ma non basta. Segue l’anatema contro i vestiti “provocanti e succinti” anche di donne “mature”. Costoro “provocano gli istinti peggiori e poi si arriva alla violenza o abuso sessuale (lo ribadiamo, roba da mascalzoni). Facciano un sano esame di coscienza: forse questo ce lo siamo cercate noi?”. La solita vecchia litania che giustifica gli stupri: “Se la sono cercata”. Dietro, una cultura indegna, orribile, che assolve l’abuso e assassinio.

No! Queste parole impongono ben altre prese di posizione da parte della Chiesa. Altro che parroco convocato per “chiarimenti”, o riposo forzato e comunicati del vescovo per dissentire dal volantino. Altro che iniziativa derubricata a “imprudente provocazione”, altro che “scuse” contraddette da interviste di tenore opposto. A Sky Tg24, don Corsi ha detto: “Mea culpa si fa quando si sbaglia, se mi si dice dove ho sbagliato potrei anche farlo”. Ha pure insultato e maledetto una cronista, colpevole solo di fare il suo dovere: “I giornalisti? Carogne, disgraziati, malvagi, giullari… Le auguro che le venga un colpo, che faccia un incidente”. A un altro giornalista, per spiegarsi ha chiesto cosa provi “davanti a una donna nuda, quali istinti? Non so se è un frocio anche lei o meno…”.

Una falsa mail a nome di don Corsi, forse un fake, aveva dato la notizia della rinuncia all’abito talare. Invece no, il parroco ha subito precisato. “Mi prenderò un periodo di riposo, ma non rinuncio all’abito”.

Il sito www.pontifex.roma.it è anche tornato sull’argomento: “Finalmente un parroco che parla chiaro, che non si tira indietro, che non nega le sue responsabilità. Sul trito tema del femminicidio, un’assurda leggenda nera messa in giro da femministe senza scrupoli, il parroco si chiede in un messaggio affisso alla bacheca” se le donne siano andate a cercarsela. Così “conforta le tesi esposte da Pontifex e dal buon senso comune. La storiella del femminicidio non regge, fa acqua da tutte le parti”. Il problema sono i comportamenti “libertini e senza alcuna decenza” di certe donne e le idee “moderniste” secondo le quali la donna può fare di testa sua avendo “piena licenza di scatenare i suoi istinti spesso sregolati, sempre più spesso a danno di mariti e figli”.

Quella che “Avvenire” definisce “inutile polemica”, è in realtà molto di più. È una vicenda che accomuna l’integralismo cattolico a quello islamico attorno a una visione umiliante, retrograda e istigatrice di violenza contro le donne. È lo stesso quotidiano della Cei a ricordare che dal 2000 al 2011 sono state 2.061 le donne vittime di furia omicida, 170 solo lo scorso anno. La Chiesa deve fare pulizia, non può limitarsi al linguaggio paludato di una volta. Altrimenti accondiscende al delirio, alla volgarità e alla violenza che sono nelle parole e negli atteggiamenti di parroci come don Corsi e che purtroppo allignano (qui Pontifex.Roma.it ha ragione) in parte di quel “senso comune” che non stenta ad arrendersi all’evoluzione della specie.

Bisogna che a don Corsi venga vietato per sempre di fare il parroco. I suoi chiarimenti li ha già dati, ampiamente. Adesso intervengano le gerarchie.

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