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Spending review: sono tagli socialmente sostenibili?

Sono misure pesanti e dolorose,  che toccano la carne viva dei  dipendenti dello Stato e degli enti locali, che vedranno decurtarsiparte rilevante del proprio reddito.  Ma il dubbio è che non siano sufficienti

Monti

Il premier Mario Monti

Su due cose il presidente del Consiglio, Mario Monti, ha ragione. La prima: “Non sono tagli lineari”. La seconda: “Si può essere tanto più assertivi in Europa, quanto più si hanno le carte in regola in Italia”.

I tagli della spending review in effetti sono verticali, ma non siamo poi così certi che sia meglio. La linea Tremonti consisteva nella riduzione dei trasferimenti alle pubbliche amministrazioni. Poteva sembrare un sistema rozzo, ma aveva i suoi punti d’efficienza. Le singole amministrazioni, dai ministeri agli enti locali, erano automaticamente costrette ad adeguare i propri bilanci a un “tesoretto” limitato. Adesso, invece, abbiamo tagli che incidono direttamente su alcune categorie, fasce, amministrazioni, servizi, gruppi d’età. E in qualche caso si tratta di interventi molto più duri di quanto potrebbero sembrare. Il governo tecnico finora ha soprattutto imposto nuove tasse o alzato quelle che già c’erano per fare cassa. E questo ha determinato recessione e in qualche caso provocato un effetto boomerang, perché se alzi troppo le tasse non solo la gente non le paga, legalmente o meno, ma riduce i consumi per non doverle versare. Poi ci sono state le misure sulle pensioni, con lo strascico di errori e di danni collaterali sul “popolo degli esodati”. Gli autonomi e i privati hanno sofferto molto in questi mesi. Ora tocca ai dipendenti pubblici e agli enti locali. Un caso per tutti: la riduzione del 20 per cento dei dirigenti e del 10 per cento degli “altri”, attraverso prepensionamenti e mobilità obbligatoria. Quest’ultimo strumento è tremendo. Andare a casa con l’80 per cento dello stipendio corrisponde a una diminuzione che va ben oltre, perché quell’80 per cento si applica allo stipendio base, senza indennità, senza straordinari, etc. etc. Quindi, si tratta di una riduzione drastica per due anni dopo i quali la prospettiva più probabile, con questi chiari di luna, è il licenziamento. Definitivo. Davvero in questo caso il taglio verticale è indolore? Vengono licenziati magari padri e madri di famiglia, ma per chi resta non c’è un tetto ai compensi più elevati.

E siamo così entrati nel capitolo giustizia sociale. Sarà pur vero, per esempio, che mettere un tetto alle “pensioni d’oro” porterebbe nelle casse dello Stato soldi relativi. Ma sarebbe una misura di giustizia sociale e un segnale fondamentale del governo tecnico (visto da molti con un governo di ricchi e pensionati d’oro) per disinnescare sul nascere alcune ragioni che saranno portate dai sindacati appena avranno il tempo di valutare fino in fondo le conseguenze dei tagli sui loro iscritti. La botta, stavolta, riguarda soprattutto il pubblico, tant’è vero che Bersani è intervenuto contro i tagli alla sanità (peraltro non c’è stata l’attesa chiusura dei piccoli ospedali), mentre il responsabile economico del PD, Fassina, ha annunciato che in Parlamento ci saranno modifiche. Inoltre, alcune misure sono solo dei rinvii poco eleganti. Per esempio, dire che l’aumento dell’IVA è rimandato al luglio 2013 significa che Monti scarica sul suo successore (a meno che non succeda a se stesso) un provvedimento potenzialmente drammatico per l’economia italiana e che però dovrebbe esser preso dal prossimo esecutivo appena insediato. E magari in campagna elettorale ci sarà chi prometterà di non applicare l’aumento dell’IVA (ma come reagiranno i mercati?).

E arriviamo alla seconda affermazione di Monti, cioè che l’Italia deve fare fino in fondo i compiti a casa per avere più forza contrattuale in Europa e ottenere gli aiuti di cui abbiamo fame e sete. Allora diciamolo. L’Italia non sarà formalmente “sotto programma”, ma di fatto lo è. Come è già sotto le lenti degli ispettori europei. In qualche modo, i tagli appena approvati si possono legge come un “copia e incolla” di pagine di programma della Troika per la Grecia. Uno dei capisaldi del risanamento coatto del bilancio di Atene è stato proprio il cruciale ridimensionamento del pubblico, della spesa pubblica, del numero e degli emolumenti dei dipendenti pubblici. È esattamente quello che l’Europa chiede di fare. Non dimentichiamo che l’Italia si è impegnata a rientrare di 40 miliardi l’anno fino a riportare il rapporto debito/Pil al 60 per cento.

La domanda finale è: fino a che punto i tagli e i sacrifici saranno socialmente sostenibili? L’Italia riuscirà a risanarsi rispettando anche norme elementari di giustizia sociale, o prima o poi salterà la coesione sociale e avremo problemi seri di ordine pubblico?

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