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Siria, il coraggio di Emma Bonino

Il no del ministro ad armare i ribelli conferma l'ancoraggio dell'Italia ai valori occidentali e anti-islamisti

Regionali Lazio, Emma Bonino apre comitato "Ti puoi fidare"

– Credits: Emma Bonino in una foto d'archivio con Miriam Mafai (ANSA)

 

Una dimostrazione di coraggio, autonomia, pragmatismo. E fede sincera nell’Europa. Il “no” dell’Italia ad armare i ribelli siriani è forse il primo atto di rottura di Emma Bonino come ministro degli Esteri rispetto alla politica condotta ultimamente dall’Italia in Medio Oriente e nel mondo arabo. Una scelta giusta e per nulla scontata, in controtendenza anche rispetto alle principali capitali europee. Londra e Parigi hanno infatti ottenuto di metter fine all’embargo dell’Unione Europea sulla vendita di armi in Siria (al regime di Assad come al variegato fronte rivoluzionario). Questo significa che dal 31 maggio, qualsiasi decisione sarà presa dai singoli paesi. Unico paletto, l’intesa raggiunta nella UE di aspettare per l’invio di armi la conferenza di pace sulla Siria di giugno promossa da Russia e USA, a cui parteciperà anche Damasco (in pochi però nutrono speranze sull’esito positivo, sarà un altro modo per prendere, o perdere, tempo e fornire alibi o guadagnare in immagine internazionale mentre la pace resta lontanissima).

Londra e Parigi puntano a due obiettivi: in vista della conferenza Ginevra II, la minaccia di armare direttamente i ribelli dovrà servire come forma di pressione su Assad perché accetti la transizione democratica del regime, d’accordo con l’opposizione (obiettivo però velleitario, perché Assad non cederà mai). Secondo, le armi “occidentali” dovrebbero anche riequilibrare i rapporti di forza interni alle truppe ribelli (gli islamisti sono largamente foraggiati in armi e denaro dal Qatar e da altri Paesi). Il “cavallo” degli europei è il generale Idriss, un “moderato”. Troppo debole.

Eppure, le controindicazioni sono parecchie. Primo: i ribelli non si sono distinti finora per uno specchiato rispetto dei diritti umani. Anzi, si sono spesso comportati verso i nemici e le stesse popolazioni civili con la stessa crudeltà delle truppe siriane. Secondo (e più importante, per le possibili conseguenze di lungo termine): più armi concorreranno a infiammare un conflitto dal quale è probabile che in caso di sconfitta di Assad, prevalga nell’opposizione l’islamismo in tutte le sue declinazioni, anche jihadiste e anti-occidentali, come già è successo o rischia di succedere dopo la guerra libica e la Primavera araba, dall’Egitto alla Tunisia. Terzo: non si sa mai quale sarà la destinazione finale delle armi (chi può escludere che con tutti i cambiamenti di fronte e gli incerti della politica mediorientale, possano un giorno esser puntate sulle stesse forze filo-occidentali, com’è avvenuto in Afghanistan?).

Il “no” della Bonino è la conseguenza di queste considerazioni, una scelta di prudenza fondata sull’esperienza e sulla conoscenza di quei Paesi. Ma anche sulla consapevolezza che la caduta dell’embargo significa il ritorno di decisioni fondamentali di politica estera dei paesi europei dalla sede del Consiglio europeo alle cancellerie nazionali. Rappresenta cioè l’ennesima sconfitta dell’Europa nella sua proiezione internazionale. Se la scelta si sposta da Bruxelles a Londra, a Parigi, a Berlino, a Roma, ecco che ogni capitale potrà fare ciò che vuole. E addio politica estera comune. Quindi la Bonino conferma con il “no” il suo europeismo e l’attenzione a arginare i rischi di derive islamiste anti-occidentali per effetto della ripetizione dei numerosi e gravi errori commessi dall’Europa, in particolare dalla Francia, nel Nord Africa e in Medio Oriente. 

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