Esteri

Il titubante in capo

L’Obama Nobel per la pace, che doveva sconfessare il guerrafondaio Bush, si trova ad aprire un nuovo fronte in Siria. Ma gli americani sono stanchi e lui è costretto a frenare. Tutto sulla crisi in Siria

Una manifestazione a Beirut contro l'intervento militare in Siria. Un manifestante brucia l'immagine di Barack Obama sovrapposta a quella di George W. Bush (Credits: ANWAR AMRO/AFP/Getty Images)

Aveva messo in agenda un tour sul bus presidenziale, il Ground force one, appena finita l’unica settimana di vacanza a cavallo di Ferragosto nell’isola di Martha’s Vineyard. Un viaggio di 350 chilometri nello Stato di New York, fra Buffalo e Rochester, per promuovere la nuova politica di accesso alle università a portata non solo delle famiglie danarose, ma anche della classe media. È stato un tormento fra uno stop e l’altro.

Il volto di Barack Obama si irrigidiva man mano che scorrevano sul suo schermo le foto satellitari, i video amatoriali e le immagini scattate dagli informatori della Cia sui massacri commessi in Siria, il 21 agosto, nel quartiere periferico di Ghouta, nella parte orientale della capitale siriana. Raccolte dal Consiglio per la sicurezza nazionale riunito in seduta permanente nella situation room della Casa Bianca, testimoniavano l’uso più che probabile di armi chimiche, sparate dal vicino aeroporto di Mezze contro la popolazione civile, colpevole di dare ospitalità ai ribelli antiregime.

In quel momento il presidente americano ha capito che sulla via di Damasco non c’era la voce di Cristo che chiamava alla conversione il discepolo Paolo, ma quella di Bashar al-Assad che lo sfidava platealmente. Proprio due anni fa, il 18 agosto 2011, per la prima volta dall’inizio della guerra civile, il capo della Casa Bianca aveva lanciato il suo anatema: «È venuto il tempo per Assad di lasciare il potere». Il dittatore siriano si era fatto beffe di quell’ammonimento.

L’anno dopo, sempre d’agosto, il 20, era stato ancora Obama a tracciare la «linea rossa» sull’uso delle armi non convenzionali e in particolare di quelle chimiche da parte del regime siriano, superata la quale, avvertì, «ci sarebbero state enormi conseguenze». Anche allora orecchie da mercante. Anzi, ogni mossa da Damasco sembrava fatta apposta per testare il grado di reazione del presidente, ossessionato dalla guerra inutile in Iraq, dagli insuccessi in Afghanistan, dove i talebani preparano il ritorno al potere l’anno prossimo, dalle fallite primavere arabe e, per di più, inseguito anche psicologicamente da quel premio Nobel per la pace 2009, assegnato forse troppo frettolosamente nel primo anno della sua presidenza.

Ritornato a Washington, Obama è stato messo sotto assedio. Prima, il consigliere per la sicurezza nazionale, Susan Rice, poi il segretario di Stato, John Kerry, infine re, emiri, sultani dei paesi del Golfo, della Giordania e dell’Arabia Saudita, capi di stato e di governo alleati (Turchia e Israele), una sfilza di consiglieri ufficiali e ufficiosi lo hanno pregato di lanciare un «forte segnale»: non tanto per cambiare il regime, ma almeno per dissuaderlo dal commettere ulteriori atrocità.

Fra tutti si è alzata la voce, temutissima nella capitale americana, del generale Brent Scowcroft, l’ex consigliere per la sicurezza nazionale di George Bush padre. Consultato da Obama, gli ha detto senza peli sulla lingua: «La sfida siriana rischia l’effetto domino in Medio Oriente. La tua reputazione come uomo e come presidente è a rischio». 

L’intervento con i missili Tomahawk contro i quartieri generali e le installazioni della Quarta divisione, della guardia repubblicana e delle forze speciali siriane, sotto il controllo del fratello minore di Assad, il focoso Maher, intercettato dal grande orecchio della National security agency, era stato programmato per il weekend del Labor day, fra la notte di sabato 31 agosto e domenica 1° settembre. Ma, all’undicesima ora, il presidente ha cambiato idea e ha allungato i tempi dell’attacco chiedendo il voto favorevole del Congresso prima di esercitare i suoi poteri di commander in chief delle forze armate.

Si è fidato, oltre che della sua coscienza, del parere più tecnico del capo di stato maggiore, il generale Martin Dempsey, secondo il quale «domani, fra una settimana o fra un mese non cambia nulla, se decidiamo di punire il regime siriano». Per il 44° presidente degli Stati Uniti è scoccata l’ora più difficile. A tre anni dalla fine del secondo e ultimo mandato, la sua eredità sarà sicuramente segnata dalla questione siriana, gli hanno ricordato i suoi consiglieri della prima ora, come Brian Katulis

Potrà passare alla storia come un nuovo Jimmy Carter, umiliato dalla crisi degli ostaggi americani in Iran, o potrà riscattarsi come Bill Clinton, all’inizio titubante a intervenire nei Balcani e poi costretto a sporcarsi le mani quando i fantasmi dei morti in Bosnia lo tenevano sveglio tutta la notte.

I sondaggi non sono favorevoli all’inquilino della Casa Bianca. L’ultimo della Gallup gli dà un tasso di approvazione del 43 per cento contro il 48 che disapprova. Un trend che sta peggiorando settimana dopo settimana con la politica estera, oltre all’economia, che trascina all’ingiù l’indice di gradimento. 

Se si va a parlare con i collaboratori più stretti, la difesa eretta attorno allo Studio ovale è monocorde: il presidente non poteva fare di meglio di fronte al pesante retaggio di antiamericanismo all’estero, alle restrizioni di budget e al crescente isolazionismo degli americani, stanchi di pagare con il sangue e le tasse l’ordine mondiale che non riesce a comporsi.

L’armata degli avversari e dei critici cresce giorno dopo giorno. Per tutti vale la bruciante stroncatura di Richard Haas, che dirige il Council on foreign relations: «Un presidente americano non può dettare una linea rossa e poi far finta di niente se non la si rispetta». Una volta si diceva che Obama guidava il mondo da dietro le quinte. Ora sono in molti a sostenere che non esercita alcuna leadership mondiale.

Nell’ultimo anno si è alienato molti settori dell’opinione pubblica. Da sinistra è sotto scacco da parte dei liberal umanitari, che gli ricordano ogni giorno le atrocità in Siria, con 100 mila morti accertati finora e 7 milioni di profughi, di cui 2 milioni all’estero, in Turchia, in Giordania, in Libano e in Egitto, su una popolazione complessiva di 23 milioni di siriani. A destra lo trafiggono i conservatori, che vorrebbero una politica più muscolosa in grado di mettere in riga anche Russia e Iran, i due principali sponsor di Assad.

Gli stessi alleati musulmani sono inviperiti perché lamentano il vuoto americano in Medio Oriente. Mentre da Israele si levano grida di dolore perché la ritrosia americana a intervenire nei posti più caldi dell’area significa che lo stato ebraico dovrà cavarsela da solo di fronte alle ambizioni nucleari dell’Iran e ai missili di Hezbollah sul confine libanese.

«Il guerriero riluttante», «Il comandante supremo tentenna», «L’Amleto di Washington»... sono tante le definizioni usate in queste settimane per descrivere questo ex avvocato di Harvard pacifista, conciliatore per natura e abituato a spaccare il capello in quattro prima di convincersi e decidere. Purtroppo la prudenza innata nel suo carattere sta giocando contro di lui da ormai troppo tempo.

È stato tirato per i capelli da Nicolas Sarkozy in Libia, ma, appena ucciso Muammar Gheddafi, l’amministrazione americana si è disinteressata del dopo rivolta con i risultati che si vedono di caos e anarchia a Tripoli e a Bengasi. Se avesse dato ascolto a Hillary Clinton, che al tempo guidava il dipartimento di Stato, avrebbe deciso di addestrare e armare già un anno e mezzo fa l’opposizione secolare dell’Esercito libero siriano invece di aspettare e consentire ai gruppi jihadisti legati ad Al Qaeda di sequestrare la resistenza, rendendo così impossibile scegliere fra Assad e i suoi nemici.

Oggi in Siria si assiste allo scontro diretto fra milizie sciite, che fanno capo a Hezbollah, e salafite, che hanno giurato obbedienza ad Ayman al- Zawairi, il reggente di Al Qaeda. Le prime sono finanziate, addestrate e armate dall’Iran e combattono al fianco di Assad e della sua setta minoritaria alawita, una costola dello sciismo islamico. Sull’altro fronte ci sono gli eredi di Osama Bin Laden, che ricevono finanziamenti soprattutto dal Qatar e sono ben equipaggiati e motivati, tanto da accogliere fra le proprie file centinaia di combattenti islamisti che provengono dai paesi europei, Italia inclusa.

Fra loro c’è perfino un ex rapper tedesco e un ex soldato americano. È ovvio che in questa paradossale situazione chi decide di usare la forza delle armi deve sempre calibrare l’intervento militare in modo da mandare un forte messaggio al dittatore di Damasco senza però far saltare gli equilibri sul campo di battaglia per non rischiare di avvantaggiare i terroristi. 

«Né la vittoria degli uni né quella degli altri è un’opzione per l’Occidente» dichiara a Panorama Olivier Guitta, che dirige le ricerche del centro studi londinese intitolato a Henry Jackson. «Purtroppo entrambi i gruppi terroristici oggi stanno vincendo. Un intervento militare, seppure limitato ai raid missilistici e comunque a tempo, potrebbe servire come deterrente sia contro Hezbollah sia contro Al Qaeda, oltre che naturalmente contro il dittatore siriano». 

Tutto questo è ben presente nella testa di Obama, che nelle prossime settimane si gioca la presidenza all’interno del Congresso americano, fra i parlamentari dei due partiti recisamente divisi. Uscendo da un colloquio di un’ora nello Studio ovale, il senatore John McCain, una delle voci più influenti del Partito repubblicano, ha mostrato tutte le sue preoccupazioni affermando che un eventuale no del Congresso all’autorizzazione di attacco unilaterale Usa contro il regime di Assad, richiesta formalmente da Obama, sarebbe «catastrofico per il presidente, per l’America e per la sua credibilità nel mondo».

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