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Sallusti condannato, i giudici mai

Adesso pagano anche i giornalisti. I magistrati, che si giudicano tra loro, mai - L'editoriale di Mulé e Sallusti -

Il Direttore de "Il Giornale", Alessandro Sallusti (credits: Andrea Raso / lapresse)

Alessandro Sallusti, direttore de “Il Giornale”, in galera (pena sospesa n.d.r.) per un articolo di cinque anni fa non scritto da lui e pubblicato su “Libero”, il quotidiano che dirigeva nel 2007. In galera per le critiche dell’anonimo articolista, che si firmava con uno pseudonimo, a un giudice il cui nome neppure compariva ma che si è ritenuto diffamato.

Tema: l’aborto di una tredicenne per il quale si erano espressi i genitori e il giudice tutelare. Dreyfus, autore del commento, attaccava il Tribunale di Torino per averlo autorizzato: “Se ci fosse la pena di morte e se mai fosse applicabile in una circostanza, questo sarebbe il caso. Per i genitori, il ginecologo, il giudice”. Un’esagerazione voluta, un’iperbole, un’invettiva. Ma pur sempre un’opinione. La manifestazione di un parere fondato sulla convinzione che l’interruzione di gravidanza è un omicidio. Un’opinione magari sgradevole, eccessiva, ma pur sempre un’opinione. E il “direttore responsabile” ne paga, ora, lo scotto.

Restano invece legittimamente a piede libero, e compaiono in tutte le salse alla tv e girano ancora in autoblu con lampeggiante, i Franco Fiorito alias Batman, consigliere regionale del Lazio da 30mila euro al mese, macchina (Suv) pagata e scusa pronta (“Così fan tutti”). E rimangono a piede libero, scorazzando per mare al volante di motoscafi, i Francesco Schettino, il vile comandante della Costa Concordia naufragata. E rimangono a piede libero, sullo scranno di una giustizia in teoria (teoria!) uguale per tutti, magistrati che hanno accusato e/o condannato innocenti, rovinandone l’esistenza con carcerazioni immeritate e conseguenti rotture di rapporti familiari, tracolli imprenditoriali, malattie, vergogna sociale, suicidio. I risarcimenti, sempre inadeguati, li sborsa lo Stato, cioè tutti noi, e mai il giudice che sbaglia. I direttori dei giornali sono “responsabili”, i pm e i giudici no.

Eppure abbiamo votato un referendum, in Italia, per la responsabilità civile dei magistrati. Nulla di fatto. Le toghe si giudicano e assolvono tra di loro e non rispondono mai di persona. Se i mafiosi fossero giudicati da mafiosi, verrebbero sempre assolti, non vi pare? E se i giornalisti fossero giudicati dai giornalisti, verrebbero sempre assolti, o no? E quanto dura un processo intentato da un magistrato e quanto da un comune mortale? E per restare nel giornalismo, quante volte avete sentito di perquisizioni nelle abitazioni dei cronisti (computer sequestrati, irruzioni all’alba, interrogatori)? Invece, avete mai sentito di perquisizioni, irruzioni, interrogatori e sequestri di pc a magistrati che abbiano allungato veline ai giornali, divulgato segreti o condotto inchieste persecutorie o siano stati colpevolmente negligenti?

Quando mai un magistrato è stato realmente punito dopo aver commesso un errore grave per disattenzione o per mala fede?

Una legge assurda imporrebbe a un direttore di quotidiano di controllare, verificare di persona ogni singola parola scritta dai suoi giornalisti (ma lo stesso non vale per i direttori di testate televisive e online), e se ci scappa l’errore (visto il ritmo frenetico col quale i quotidiani sono costretti a stare sulla notizia), non c’è scampo. Nel caso di Sallusti e di quell’articolo non suo, la “falsità” della notizia ribadita dalla Cassazione che ha voluto anche fare precisazioni e non limitarsi alla sentenza, si poteva correggere con una rettifica. Ma quel che mordeva di più era l’opinione, il giudizio espresso. È per quell’opinione che Sallusti potrebbe, sì, finire in galera. Per l’omesso controllo su un “reato d’opinione”. Mentre i magistrati potranno sbagliare, pur avendo anni e anni di tempo per non sbagliare, eppure non perdono il treno delle promozioni. Figuriamoci essere condannati. Così, le toghe che querelano sono avversari temibili nelle aule di tribunale: giocano in casa. C’è da sperare di non esser dei poveracci difesi da avvocati d’ufficio, o dei giornalisti invisi al potere.

Quale potere? Il potere dei veri intoccabili. Sarà difficile spiegarlo alle mie figlie. Sarà difficile, ogni giorno che Sallusti starà (se ci andrà) in galera, non avere disprezzo, noia di questa Italia. E fastidio per quello che scrive su Repubblica Michele Serra, uno scrittore che dell’ironia ha fatto un’arma pietosa tranne che verso gli avversari: “L’esercizio della libertà di opinione circonfonde i giornalisti di un’aura di intoccabilità (di tipo castale, visto che va di moda dirlo) della quale è vile approfittare”. Serra paragona il commento di Dreyfus del 2007 alla divulgazione, parecchi anni prima, dei nomi e cognomi delle donne di Seveso decise ad abortire, e conclude che “brillanti carriere sono nutrite anche di queste sconcezze”. Di più, sibillino e allusivo: “La legge, effettivamente, è uno strumento goffo e inadeguato per misurare certi abissi”.

Un’opinione, certo, ma che nel giorno in cui Sallusti subisce la condanna definitiva per opinioni espresse da altri suona come una delicata e poco ironica spinta dentro la cella (anche se nel caso di Sallusti-Dreyfus la pena, scrive Serra, è “sproporzionata e sinistramente intimidatoria”).

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