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Riforme: Renzi si è pappato Grillo

Il maledetto toscano ha sbaragliato il guascone genovese, costringendo i grillini e il fondatore a un repentino dietrofront

Il leader del Movimento 5 Stelle, Beppe Grillo – Credits: ANSA/CLAUDIO PERI

Credeva davvero quel povero guascone di comico genovese, Beppe Grillo, di poter sbeffeggiare e spuntarla sul “maledetto toscano” Matteo Renzi? Vi ricordate, durante le consultazioni del premier incaricato, l’arroganza di Beppe costretto già allora dalla sua base a fingere il confronto col nemico? Rammentate il monologo sprezzante, il fervorino che chiudeva il dialogo mentre illudeva di avviarlo? E la confessione di non esser democratico? E il modo brusco e scortese con cui si alzò dal tavolo per andare ad aizzare i suoi a scalare i tetti di Montecitorio invece di studiarne i sotterranei?

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Già Curzio Malaparte scriveva che i toscani “nei pericoli sanno far la parte loro, e non sono di quelli che vendono la pelle a buon mercato: anzi, la vendono così cara, che ci fan sempre un buon affare; ma senza boria, e senza retorica gonfia, perché odiano le cose gonfie”. E la ragione è che i toscani “son chiacchieroni, ma di poche parole”. E spesso, alla fine, la spuntano fra lo sgomento generale. Perdono le primarie e le ri-vincono, subiscono le bersanate ma poi rottamano Bersani. Gli “eroi” alla Grillo, capipopolo di corto respiro, ai loro occhi sono “razza ridicolosa”. In più, i toscani nutrono il seme perfido e disincantato del  “machiavellismo”. E quindi Grillo, alla lunga, non poteva aspettarsi che d’esser cotto a fuoco lento fino all’estinzione (del fuoco della protesta, e di se stesso), vittima di una beffa crudele: all’apparenza senza muovere un dito, Renzi ha indotto i grillini a scaricare Grillo, fatalmente attratti dagli ultrasuoni delle sirene del consenso (e del potere). Di qui la clamorosa, imbarazzante retromarcia dei pentastellati sulle riforme: le uscite spaccone di Beppe che chiudeva una porta dopo l’altra mentre il vicepresidente della Camera Luigi Di Maio (incarnazione della migliore tradizione politica democristiana) in accordo col pensoso “guru” Roberto Casaleggio scendeva a patti rispondendo alle proposte del Pd con dieci sì per iscritto seppur condizionati (compresa la stupefacente apertura su ballottaggio e secondo turno). Altro gol-punizione calciato da Renzi alla David Luiz. Una vittoria della sapienza politica, che Grillo evidentemente non conosce (e non è un pregio), mentre Matteo ne è antropologicamente intriso.

Ancora da “Maledetti toscani” di Malaparte: “Noi siamo i soli, in Italia, che pur nel vivo delle fazioni, delle sommosse, delle mischie, degli ammazzamenti, non perdiamo mai la testa, i soli che ci scaldiamo a freddo, e a un certo punto ammazziamo non per la ragione che non ne possiamo fare a meno, o che ci piaccia ammazzare, ma per la ragione che è l’ora di farla finita, e di andare a desinare”. Perché “non chiediamo perdono a nessuno, e dimentichiamo più presto i benefici che le offese, e non perdoniamo chi non ha paura di noi”. E così, nel gioco del gatto col topo, e col favore del tempo che è ancora il miglior alleato di Matteo, il genovese Beppe è stato risucchiato, masticato e digerito con tutta la barba, i boccoli, gli occhi spiritati e le mani gesticolanti, nelle fauci sornione del toscanaccio.           

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