Renzi, quante chiacchiere sull'articolo 18

Simbolo di un mercato del lavoro ingessato che impedisce crescita e ricambio, l'articolo 18 è il totem del sindacato. Che nemmeno il nuovo segretario Pd vorrà abbattere

Marco Ventura

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Un caterpillar su tutto, ma sull’art. 18 pure Matteo Renzi deve fare marcia indietro. La fa senza perdere la faccia o esporsi in prima persona. Lascia trapelare alle agenzie un suo intervento nel partito per dire che la priorità sul lavoro non è l’abolizione dell’art. 18 per i nuovi assunti, come aveva proposto, ma il Job Act, il “piano per il lavoro” che sarà basato fra l’altro (a quanto pare) su sussidi di disoccupazione collegati con centri efficienti di ricollocamento, come in Germania dove il sussidio non è un assegno a fondo perduto ma un incentivo che obbliga a cercare seriamente una nuova occupazione. Addirittura, per andare in vacanza o uscire dal Paese si deve chiedere un permesso, pena la perdita del contributo.

Una bestia nera l’art. 18 che rende rigidi i licenziamenti dopo l’assunzione. In qualche caso, impossibili. Comunque li affida, anche dopo le modifiche della legge Fornero, alle pastoie della burocrazia e alla discrezionalità un po’ ideologica e molto farraginosa della magistratura. Più volte sottoposto a referendum o a tentativo di referendum, non è stato mai abolito o perché gli italiani hanno seguito la sinistra e votato “no”, o perché la campagna astensionista ha ottenuto di far mancare il quorum. Insomma, sull’art. 18 si è consumato il fallimento delle riforme del governo Berlusconi nel marzo 2002, con milioni in piazza sotto un mare di bandiere rosse dietro a Sergio Cofferati tribuno del popolo, ultimo grande scatto di reni della Cgil. Pure la Confindustria si è resa conto di non poter vincere la battaglia e continua a ripetere, lo ha fatto il presidente Squinzi dopo la proposta di Renzi, che si crea lavoro se si creano le condizioni per rendere competitive le imprese e rilanciare i consumi e, quindi, la produzione.

Il fatto è che l’art. 18 è davvero l’emblema di una rigidità di sistema che ha condannato l’Italia a retrocedere nella classifica della competitività e negli indicatori di benessere dell’economia. Se non si può licenziare o se diventa difficile licenziare, è evidente che gli imprenditori ci pensano dieci volte prima di assumere, soprattutto in tempi di crisi. La mancanza di flessibilità in uscita, insieme alla carenza di elasticità in entrata, è tra i motivi di ritardo dell’Italia e di crollo dell’occupazione negli ultimi anni. Non è l’unico motivo, ovviamente, ma la flessibilità del mercato del lavoro che c’è in America (per esempio) garantisce di più l’occupazione di quanto non la garantisca la rigidità delle regole da noi. Non solo l’art. 18 dà il suo piccolo contributo a tenere disoccupati i giovani o a farli lavorare in nero, ma mina la mobilità, il passaggio da un lavoro all’altro. Penalizza il lavoro autonomo e non riesce più neppure a dare le necessarie protezioni a quello dipendente (la crisi morde, l’economia retrocede, le risorse scarseggiano). E noi siamo ancora qui, nell’anno di grazia 2013 e con l’Italia in caduta libera, a interrogarci sull’eterno art. 18...

Renzi si scontra per la prima volta col blocco duro sindacale, con la base della Cgil, con i propri dirigenti interni che pur essendo diventati renziani per non perdere il treno (o l’autobus, o il taxi), mantengono in cuor loro una sacra mitizzazione del posto fisso, del contratto a tempo indeterminato una volta e per sempre. Dell’art. 18. Ma finché non ci libereremo dei tabù, resteremo nella politica delle buone intenzioni, degli annunci, un po’ come ha fatto lo stesso Enrico Letta che ha annunciato l’intenzione di smetterla di limitarsi ad annunciare. L’annuncio del non annuncio. E quindi, basta chiacchiere. Renzi non rottamerà l’art. 18.

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