Politica

Matteo Renzi: il nuovo è già vecchio

Il sindaco si butta a sinistra e da rottamatore diventa riciclatore che vuole asfaltare Berlusconi

Matteo Renzi (Credits: Maurizio Degli Innocenti/Ansa)

La liaison pericolosa con Nichi Vendola. Il sostegno di Michele Santoro. La scoperta improvvisa dell’antiberlusconismo. E ancora: il tour nelle regioni rosse, il supporto di Carlo De Benedetti, la rinuncia in suo favore (e in corso d’opera) dei candidati «sinistri» Pippo Civati e Gianni Pittella. Fino all’idea di inaugurare un circolo intitolato a Enrico Berlinguer. È chiaro: Matteo Renzi ritorna all’antico. Anzi al vecchio.

È una battuta, ma non troppo. Esattamente un anno fa, correva il 13 settembre 2012, il primo cittadino di Firenze presentò la sua candidatura alle primarie del centrosinistra. Fu ostile a Beppe Grillo, feroce con la Cgil e lo storico apparato del Pci-Pds-Ds-Pd, incluse le cooperative rosse. Blandì Silvio Berlusconi («Va battuto politicamente, non nei tribunali»). Ostentò principi liberali. E flirtò con l’elettorato moderato spendendo parole che sembravano scolpite nella pietra (alcune sono rintracciabili in queste pagine). Poi, per conquistare la leadership del Pd, Renzi ha ribaltato parole, opere e persino omissioni. Ora il «compagno Matteo» rovescia la sua ferocia contro il centrodestra, blandisce il vecchio apparato cattocomunista, flirta, anzi amoreggia, con la sinistra radicale e massimalista. Ancor di più in questi giorni. I giorni della caccia a Berlusconi.

Renzi vuole ottimizzare il furore del Pd, esploso il 10 settembre nella giunta per le elezioni del Senato. La sua idea è che sul caso Berlusconi «non c’è spazio per fare giochini perché i giochini verranno rispediti al mittente». Fa il capobranco per sedurre ulteriormente la sinistra estrema e accelerare l’avvicendamento con Enrico Letta. L’accordo (virtuale, per ora) tra i due prevede l’approdo del premier alla Commissione Ue in scadenza nel 2014, sponsorizzato in Italia da Pd e Pdl (Enrico è pur sempre il nipote di Gianni) e in Europa da Angela Merkel e Romano Prodi.

Pare che la svolta a sinistra del sindaco sia stata suggerita proprio da Prodi, l’arcinemico di Berlusconi, che grazie all’asse Renzi-Letta viene immaginato quale nuovo inquilino del Quirinale. Due volte vincitore delle elezioni, al secondo giro il Professore s’inventò la «Fabbrica del programma» per tenere coesa la coalizione. Ma cadde brutalmente sotto i colpi dei presunti alleati poiché privo di un «suo» partito di riferimento. «Non ripetere il mio errore» è stata a grandi linee l’indicazione prodiana. «Conquista prima il partito e poi Palazzo Chigi». E Matteo così sta facendo. A costo di perdere le simpatie dei moderati. E di riscrivere la sua biografia di Rottamatore.

«Senza difficoltà, Renzi ha infarcito i propri interventi di contenuti di sinistra, per esempio contro i poteri forti» spiega Stefano Menichini, direttore di Europa, l’unico quotidiano di area. «E non si farà più beccare a lodare Sergio Marchionne o a usare le tesi di Pietro Ichino». Attenzione, però: «Non farà mai l’errore di costituire nel Pd un proprio patto di sindacato con pezzi di quello precedente». Non ufficialmente, almeno. Ma di fatto il sindaco è spalleggiato da gran parte dell’usurato apparato cattocomunista. Un apparato di retroguardia.

Appiattite su Renzi ci sono facce talvolta stantie: da Piero Fassino a Dario Franceschini, da Walter Veltroni ad Antonio Bassolino, sindaci vari (Enzo Bianco, Leoluca Orlando, Michele Emiliano), fino ai tanti Pierluigi Castagnetti che popolano il partito. Ecco perché gli avversari hanno vita facile a sostenere che il Rottamatore s’è fatto Riciclatore: è la tesi, per esempio, del giovane turco Matteo Orfini («Il Pd di Renzi sarà un partito di riciclati»). Di sicuro Matteo non oppone alcuna resistenza, tranne che contro lo sventurato Beppe Fioroni. Il quale, spiazzato, sta ora maturando l’idea di un candidato alternativo. Per inciso, è la stessa idea di Rosy Bindi.

Quanto a Massimo D’Alema, con Renzi intrattiene ottimi e cordiali rapporti (e viceversa). Il suo aspirante segretario, Gianni Cuperlo, viene dato nei sondaggi al 30 per cento circa. Il 5 settembre, nel backstage della Festa democratica di Genova, il candidato dalemiano si è lasciato andare all’analisi del futuribile. In sintesi: Matteo vincerà; l’appoggio di Pier Luigi Bersani è un problema perché la sua acidità «mi costringe a condurre una battaglia di retroguardia»; «con Renzi potremmo darci una mano per costruire un nuovo gruppo dirigente». Pensava di essere inascoltato ma Panorama c’era. Il titolo del suo ragionamento potrebbe essere: Cuperlo e D’Alema, i due pre-renziani.

E dunque anche con Renzi l’antico apparato resta immutabile, nei secoli a sé fedele. Persino la Lega delle cooperative, storico braccio economico di Pci e succedanei, si è schierata in favore del sindaco. Lo ha fatto in tempi non sospetti. Era l’11 luglio quando il presidente Giuliano Poletti, solitamente taciturno e prudente, aprì il suo cuore al sindaco, «un protagonista del futuro di questo Paese». A luglio la candidatura di Matteo a segretario era poco più di una suggestione. E siccome Poletti non è un veggente, è chiaro che i due hanno trovato il modo di siglare la pace preventiva. Ora Renzi le Coop non le attacca più.

Si è meritato il silenzio del sindaco anche Vendola. Che del (fu) Rottamatore diceva: «È l’idrolitina nell’acqua sporca della politica». Poi ha scoperto che «Matteo ha arricchito il suo temario e ha introdotto argomenti più di sinistra, più affini alla mia sensibilità». Sensibili al temario risultano pure Michele Santoro («Sono contento se vince Renzi, almeno si volta pagina») e Carlo De Benedetti, l’editore di Repubblica che alle primarie votò Bersani («Non ci serve un Berlusconi di sinistra») e il 4 maggio 2013 ha cambiato idea: «Renzi è una persona nuova, pratica, che ha fatto il sindaco ed è giovane». Com’è lontano il tempo in cui Eugenio Scalfari sosteneva che «il programma di Renzi è carta straccia». Il 23 giugno il Fondatore ha sentenziato: «A me era antipatico», poi «l’ho conosciuto e mi è parso simpatico». E siccome o si sta con La Repubblica o con Il Corriere della Sera, il 2 settembre Renzi attacca: «Io, sul Corriere, non ho letto un solo articolo chiaro, nei mesi scorsi, sulla vicenda Ligresti». Trascorrono poche ore e alla riunione di redazione di Repubblica (visibile in streaming) il direttore Ezio Mauro segnala come Renzi sia stato bravo a capire che deve «conquistare l’anima della sinistra» a partire «dalle feste dell’Unità dell’Emilia». Appunto: per parlare al «popolo del Pd».

Ma che popolo è mai questo? «È molto più radicale di quello della vecchia tradizione comunista» spiega Peppino Caldarola, già deputato Pd e direttore dell’Unità. «Renzi lo ha capito e si è offerto come riferimento. Per vocazione personale, è molto più facile per lui interloquire con la base postcomunista che con quella democristiana». Fino ai possibili eccessi: dalla visita a Berlusconi, ad Arcore, il 6 dicembre 2010, alla possibilità di intitolare una strada di Firenze a Enrico Berlinguer e di inaugurare un circolo Pd di Cavriglia, nell’Aretino, sempre intestato al leader comunista. Una decisione scivolosa, che potrebbe rivelarsi troppo caratterizzante. Il ras locale è un consigliere regionale toscano, Enzo Brogi. Negli anni Novanta, con oltre l’80 per cento dei consensi fu «il sindaco comunista più votato d’Italia». Sul suo sito rivendica la militanza in Lotta continua, con tanto di foto ricordo; una è titolata: «Alla guida della lotta!».

«L’Enzo» è uno dei renziani più entusiasti in circolazione. Antiberlusconiano pure lui, con Matteo si frequenta da tempo, anzi lo ha visto crescere, fin da quando era scout e poi, al liceo Dante di Firenze, già leader «comunista, anzi cattocomunista, il maggior esponente della sinistra studentesca» (così Giuseppe Cancemi, che insegnò la filosofia al giovane leader). È possibile, insomma, che Renzi stia soltanto tornando alle origini. Ha pure smesso di dare addosso alla Cgil. Ma da quanto si sente in giro, anzitutto al ristorante Cesarina di Roma, ritrovo abituale dei cigiellini, Susanna Camusso è passata dall’antirenzismo all’arenzismo: «Non c’è nessuna pregiudiziale, aspetto di vedere i programmi prima di parlare». Però l’annusamento c’è. Con diffidenza, ma c’è.

Chissà che con Camusso(«Se alle primarie vince Renzi, sono guai per il Paese», 24 novembre 2012) non finisca come in Emilia. L’organizzatore del trionfale tour renziano è un ex grande elettore bersaniano: il segretario regionale Stefano Bonaccini. Dopo l’exploit è stato ammesso nel «perimetro d’oro» di Renzi, comprendente pochissimi privilegiati. Al netto di parenti (la moglie Agnese Landini, il padre Tiziano) e amici (Luca Lotti, Dario Nardella, Simona Bonafé, Marco Agnoletti), è un perimetro mutevole di composizione. La svolta a sinistra ha infatti dilatato il peso di alcuni. Per esempio quello di Oscar Farinetti, inventore di Eataly, e di Riccardo Bonacina, direttore del settimanale Vita, anello di congiunzione con il non-profit. Un riferimento è lo stesso Menichini, le cui analisi vengono assai apprezzate. E poi c’è sempre Diego Della Valle, il patron della Tod’s. Ma il vero boom è dell’economista (e deputato) Itzhak Yoram Gutgeld, israeliano naturalizzato italiano, uomo McKinsey, nonché apprezzato autore, pensa un po’, della «Fabbrica del programma» di Prodi. Tutto torna nella vita del «compagno Matteo». Sempre.

RETTIFICA
Il candidato Filippo Civati smentisce ogni notizia che lo dia per rinunciatario alla candidatura a segretario del Partito Democratico. La candidatura è in corso e non c'è alcuna intenzione di ritiro, anzi. Vi prego di avere la cura di rettificare l'articolo in questione onde dare una giusta e corretta informazione ai vostri lettori.
Giorgia Furlan
ufficiostampa@civati.it
 

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