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Questa ci mancava: arrestato per spaccio di cocaina il direttore delle Poste del Senato

I senatori cascano dal pero. Calderoli chiede di perquisire il PalazzoLe Poste precisano: se è vero, lo faceva comunque fuori dall'orario di lavoro.

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Una veduta dell'aula del Senato, questo pomeriggio a Roma. Il decreto legge sulla manovra economica verra' discusso in Aula al Senato giovedi' 8 luglio e venerdi' 9 e il voto finale e' previsto per mercoledi' 14 luglio. Lo ha detto il capogruppo dell'Idv a Palazzo Madama Felice Belisario al termine della Conferenza della capigruppo.ANSA/GIUSEPPE GIGLIA

Una premessa: tra gli organi costituzionali della Repubblica il Senato è forse quello più chic. Più snob. Più altezzoso. Più supponente. Anche più del Quirinale. Basta ciondolare da turisti tra Palazzo Madama e Villa Madama, il palazzo dell’assemblea e quello della presidenza, e guardare i piloncini che bloccano le strade, sbarrando il passaggio ai comuni mortali al volante di comuni automobili. Semaforo verde dai gabbiotti della polizia solo per gli inquilini eccellenti (e beggiati). Banca, Posta, Agenzia di viaggi, sono ospitate in saloni che somigliano a boiserie d’epoca. Una volta entrati in Senato, vi vedrete circondati da umani calati in abiti da pinguini che vi osservano con diffidenza e un pizzico di disprezzo, mentre storcono bocca o naso. Naturale: è un tale luogo dei privilegi, il Senato, che pochi giorni fa la corporazione interna dei funzionari ha ottenuto di mantenere la pensione anche, volendo, a 53 anni con 35 anni di contributi e riscatto degli anni passati all’Università.

Bene, la notizia è che il direttore della Poste del Senato, tale Orlando Ranaldi, 53 anni, è finito agli arresti domiciliari per spaccio di cocaina. È rimasto coinvolto in un’inchiesta dei carabinieri su una banda di albanesi di Torre Maura, a Roma, che si serviva di un autista Cotral, pure lui in carcere, conoscente di Ranaldi.

Sconcerto, ovvio, tra senatori e funzionari. C’è stato un attimo in cui i volti compassati sono stati attraversati da un moto di stupore. Ohibò, Ranaldi! Ora tutti a giurare che i controlli a Palazzo Madama sono stringenti. Tutti a raccontarsi la storia di quel facchino durato due giorni perché s’è scoperto che aveva un precedente penale (e i senatori allora?). Schifani, presidente del Senato, si dichiara “amareggiato”. Ci mancherebbe. Il solito leghista Roberto Calderoli chiede a Schifani di “disporre un ordine per consentire il pieno accesso agli operatori della polizia giudiziaria”. Perché mai, infatti, gli inquirenti hanno ritenuto di non promuovere una perquisizione dei locali delle Poste senatoriali, escludendo a priori che lo spaccio avvenisse anche là? Molti sollecitano test di tossicodipendenza sui parlamentari.

Intanto, se vai a scavare nell’identikit di Ranaldi, scopri le contraddizioni umane di un signore che mentre dirigeva le poste del Senato, e tra le sue mani passava anche tanta corrispondenza delicata, si divertiva a tweettare contro la politica corrotta: “Continua la fuoriuscita di volgarità e arroganza dalla politica che non viene scelta dai cittadini”. E a un deputato del PD, Mario Adinolfi, sempre su Twitter scriveva: “I cervelli in Italia li abbiamo sempre avuti, diamo loro credibilità e sostegno!”. Sì, magari con qualche aiutino chimico… E ancora: “Di Pietro che ci azzecca in Parlamento? È parte quando incassa, è giudice quando chiede”.

Ora, certo, il Senato si affretta a precisare che Ranaldi non è dipendente del Senato ma delle Poste. E le Poste si affrettano pure loro a fare una precisazione. Ma la fretta non porta consiglio, ne vien fuori un comunicato che recita, in sintesi e con sprezzo del ridicolo: “L’azienda precisa che i fatti contestati, qualora accertati, si sono comunque svolti al di fuori degli orari di servizio e dei luoghi di lavoro”. Vorremmo poter inviare alle Poste un “c’è posta per te” che dica: grazie d’averci fatto sapere che il vostro dipendente spacciava non allo sportello, ma fuori. In effetti, sarebbe stato normale pensare il contrario.

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