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Il caso Palermo. Ritratto di una procura allo sbando

Si chiude con un'archiviazione la richiesta di trasferire Francesco Messineo. Ma è un esempio di cerchiobottismo

Antonio Ingroia (allora procuratore aggiunto) e il procuratore capo di Palermo Francesco Messineo al loro arrivo al Palazzo di Giustizia di Palermo (Credits: ANSA/MIKE PALAZZOTTO)

«In conclusione, gli elementi emersi dagli accertamenti disposti, l’esito del procedimento penale a carico del dottor Francesco Messineo e le delucidazioni offerte nella sua audizione inducono a ritenere che Messineo non abbia perso la capacità di esercitare con piena indipendenza e imparzialità le funzioni di procuratore di Palermo, ma descrivono un’importante procura percorsa da forti contrasti, da reciproche diffidenze e da mai sopite polemiche, che di certo ne appannano l’immagine, quando non rischiano di pregiudicarne l’operato».

Così, dopo avergliene dette di tutti i colori con l’apertura della pratica, e continuando a dirgli che magari non ha perso la capacità di guidare la procura, ma comunque l’ufficio anche grazie a lui non funziona, la prima commissione del Consiglio superiore della magistratura ha deciso di proporre l’archiviazione del trasferimento d’ufficio, causa incompatibilità ambientale, del capo della Direzione distrettuale antimafia di Palermo.

La motivazione proposta dal relatore, il presidente Glauco Giostra, laico del Pd, contiene comunque una sanzione: la preclusione per Messineo a ulteriori nomine, con la trasmissione degli atti alla quinta commissione che si occupa degli incarichi direttivi.

Tuttavia, l’evidente cerchiobottismo ha scontentato tutti: i pm del capoluogo siciliano, ormai stufi del loro capo e di sentirsi ora persino accusati di aver provocato la situazione di sfascio da lui creata, ma anche i sostenitori interessati di Messineo. Il plenum dell’organo di autogoverno dei giudici cerca così i ritocchi che non scontentino né accontentino tutti, per salvare Messineo senza strasalvarlo né stra-affondarlo.

Tutto questo in vista del 2014, l’anno in cui il procuratore dovrà comunque lasciare l’incarico (a luglio), per la scadenza degli 8 anni di mandato, mettendo in gioco l’importante ruolo di procuratore. Nello stesso periodo si libereranno anche i vertici della corte d’appello (a novembre) e del tribunale (febbraio 2015), ma i concorsi si bandiranno 6 mesi prima e le correnti vogliono le bocce ferme per spartirsi, in un unico contesto, i ruoli chiave della magistratura nel distretto.

Ecco perché il soldato Messineo (almeno per ora) va comunque salvato. Nelle motivazioni della richiesta di archiviazione presentata al plenum si dice tutto e il contrario di tutto. Emblematico, quasi da capolavoro, il passaggio sull’influenza che l’ex procuratore aggiunto Antonio Ingroia avrebbe esercitato sul capo. «Una sorta di soggezione psicologica e professionale» la definisce Giostra, che è «davvero difficile sia affermare che escludere, dato che a fronte di talune dichiarazioni in senso assertivo, altre sono molto più sfumate o di segno contrario.

In entrambi i casi non sussistono i presupposti per un trasferimento, ma emergono profili di un certo interesse per valutare personalità ed esercizio della funzione di Messineo». Se la procura è divisa, racconta proprio il procuratore (trovando molto ascolto in commissione), in fondo è colpa di Gian Carlo Caselli e di Piero Grasso e delle fratture insanabili che risalgono ai loro tempi. Magari sarà vero, osserva Giostra, ma Messineo cosa ha fatto, in 7 anni? Lui, scrive il relatore, «avrebbe dovuto esercitare fino in fondo il proprio ruolo di capo per tenere unito l’ufficio, procurando di scongiurare personalismi, emarginazioni e contrapposizioni preconcette. Del resto, lo stesso dottor Messineo ha dichiarato di non aver previsto questa “corrente di rabbiosa ostilità”, di avere “sottovalutato il grado di livore, di invidia, di accanimento” degli esclusi dall’indagine sulla trattativa Stato-mafia e ha riconosciuto di aver commesso un errore».

Più in generale, il Csm rimarca che «è probabilmente vero che la Procura di Palermo abbia una nefasta tradizione di divisioni tra colleghi, ma è altrettanto vero che la situazione, dopo 7 anni di sua dirigenza dell’ufficio, tra i più complessi e tradizionalmente difficili a livello nazionale, non può dirsi certo migliorata e sembra anzi attestare che il dottor Messineo non è pienamente riuscito a esserne elemento di coesione, a rappresentare quella efficace forza centripeta in grado di contrastare le spinte disgreganti, le diffidenze preconcette e le contrapposizioni personalistiche, che pregiudicano il rapporto tra il procuratore e i suoi collaboratori e tra i collaboratori stessi, impedendo talvolta anche la necessaria circolazione delle notizie utili per un più efficace coordinamento delle indagini».

Un capo così, però, va comunque bene al Csm. «A voler riconoscere che il dottor Ingroia abbia esercitato un’impropria influenza sul suo procuratore» dice Giostra «si potrebbe attribuire significato emblematico al fatto che le riunioni, dopo che Ingroia si è allontanato dalla Procura palermitana, si sono intensificate, indirettamente confermando, forse, che questi (notoriamente poco propenso a esse) avesse esercitato una certa influenza sul procuratore capo, o almeno su questa sua scelta. Ma, a volerla così interpretare, tale circostanza attesterebbe anche che la condizionante ascendenza non sarebbe più attuale e quindi irrilevante in questa sede, anche se non priva di significato nel lumeggiare, ove provata, la figura professionale del dottor Messineo».

Pur zigzagando, insomma, il Csm massacra il procuratore: pare credere ciecamente alle sue affermazioni, ma non riesce a digerirle proprio tutte. Scrive infatti che c’era «un asse privilegiato con il dottor Ingroia e, in maniera molto più sfumata, con gli altri assegnatari del procedimento sulla trattativa», in un clima segnato «dalla notorietà e dall’impropria visibilità mediatica che Ingroia (oggi leader di partito, ndr) volle e seppe ricavarne».

Questa situazione ha portato a un singolare ribaltone interno: se è vero che Messineo nel 2009, di fronte a un durissimo attacco di Repubblica, Stampa e Corriere della sera, da lui mai querelati, fu difeso da alcuni sostituti, è vero pure che quegli stessi magistrati «oggi riferiscono di incomprensioni e di contrasti e furono tra i sottoscrittori di un documento di incondizionata stima e solidarietà nei suoi confronti, nel 2009».

Di nuovo il cerchio e la botte: per il Csm è infatti «verosimile che talune rappresentazioni della situazione dell’ufficio, offerte dai magistrati auditi, possano trovare spiegazione, piuttosto che in un rapporto privilegiato e condizionante del procuratore con Ingroia, nelle laceranti divisioni che attraversano la procura palermitana, ma non par dubbio che ciò denuncia più di una difficoltà del dottor Messineo a tenere unita la procura, a fare squadra intorno a sé». Però il procuratore va bene così, e rimarrà fino al 12 luglio 2014.

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