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Primarie: cosa vuole fare Renzi da grande?

Il problema non è il cambio delle regole dello Statuto, ma se il sindaco di Firenze è disposto anche a correre in solitaria, rompendo col suo vecchio partito

Matteo Renzi

Be’, stavolta non ha tutti i torti Pier Luigi Bersani, il segretario (definirlo leader sarebbe una parola grossa) di quel Partito democratico che a fatica ma inesorabilmente si sta avviando verso le primarieall’americana”, una competizione aperta e trasparente per la scelta del candidato premier di coalizione. La prima fila si restringe a lui, Vendola, Renzi e Tabacci.

Il rampante sindaco di Firenze e rottamatore della nomenclatura del PD Matteo Renzi protesta contro il cambiamento delle regole alla vigilia delle primarie (nel merito decide l’assemblea nazionale che si riunirà sabato) e contro il tentativo di blindare la consultazione a favore del capo, Bersani, secondo quanto filtra dalle segrete stanze di ex Botteghe Oscure. Ma c’è poco da stracciarsi le vesti. Renzi deve scegliere se rientrare nei ranghi o rompere il partito (anzi, rompere con il partito), e lanciarsi sul serio oltre le barriere ideologiche e i confini elettorali tradizionali correndo da solo alle politiche fuori dal PD, con una propria lista.

Anzitutto, hanno gioco facile i bersaniani a sostenere che all’assemblea nazionale il cambiamento più importante sarà il ritocco dello Statuto per consentire anche a un altro uomo del Pd, cioé Matteo Renzi, di candidarsi. Altrimenti, stando così le cose, il sindaco di Firenze non potrebbe neppure scendere in campo. In secondo luogo, è del tutto ovvio che alle primarie di coalizione possano partecipare soltanto coloro che onestamente si preparano a votare candidati di quella coalizione. Se alcuni elettori del centrodestra si convincono che Renzi è il premier ideale, non è detto però che lo considerino un candidato “loro”, e per votare nei gazebo allestiti dalla macchina del PD devono quanto meno fornire una piccola prova di aver cambiato idea e schieramento. Come? Iscrivendosi, perché no, a un albo di elettori di centrosinistra. Succede così anche negli Stati Uniti: i repubblicani non possono votare nelle primarie democratiche, e viceversa. E gli indipendenti lo stesso, devono iscriversi, smettere di essere “indipendenti”. Il che non toglie che nelle urne per le presidenziali potranno votare chi vogliono, anche per il candidato di un altro partito considerato migliore del proprio.

Piuttosto, sono sospette altre misure studiate dai bersaniani, per esempio lo sbarramento alto, quasi proibitivo, del numero di firme da raccogliere in poco tempo per la presentazione delle candidature: il 10 per cento dei delegati o il 3 degli iscritti, 17mila persone, che costringerebbe i “renziani” a mettere insieme mediamente quasi un migliaio di firme nelle 20 Regioni italiane (mentre il sostegno a Renzi in queste settimane si configura per lo più come credito di fiducia, come consenso d’opinione tra l’elettorato non militante). E poi il doppio turno (con esclusione per chi non avrà votato al primo, come ulteriore restrizione) se nessun candidato avrà raggiunto il 50.1 per cento dei voti. I candidati, sempre nell’ipotesi dell’apparato del segretario, dovranno in ogni caso impegnarsi a sostenere il vincitore e a rispettare le decisioni prese a maggioranza dai gruppi parlamentari in caso di dissensi. Per gli outsider Tabacci e Vendola nessun problema, il primo corre per esserci, il secondo per appoggiare un “suo” candidato al secondo turno. Ma per Renzi può essere la fine del sogno (adesso!) a dispetto della constatazione di molti che il candidato più efficace del PD, quello con maggiori probabilità di vincere le elezioni, sarebbe lui e nessun altro, per la sua capacità di parlare anche ai berlusconiani delusi e agli altri moderati del centrodestra.

Stiamo così per arrivare al redde rationem. Bersani deve manovrare bene per non apparire un dittatore nel suo partito, uno che dopo aver aperto alle primarie cambia le regole in corsa cucendole su se stesso. E Renzi deve agire d’astuzia, se vuole non soltanto avere una chance di vittoria nel Pd (è già difficile che la maggioranza della nomenclatura gli lasci lo spazio per provarci), ma anche rompere col suo partito che sempre meno sente suo, e lanciarsi nel mare magnum del voto trascinando con sé una parte della base democratica.
Renzi trovi dunque il coraggio di affrancarsi da Bersani, senza attaccarsi al pretesto di un cambiamento delle regole che Bersani in fondo ha gestito (finora) con una dose accettabile di “democratica” ipocrisia.

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