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Le primarie, uno spettacolo tutto da ridere. A destra e a sinistra

Leader senza carisma in cerca d'investitura e outsider a caccia di visibilità. Ma non sappiamo come voteremo alle politiche

Il segretario nazionale del Pd Pierluigi Bersani (D) con il sindaco di Firenze Matteo Renzi. ANSA / MAURIZIO DEGLI INNOCENTI

Certo che a pensarci bene lo spettacolo di queste primarie fa anche un po’ ridere. Come quegli show da teatro nei licei nostrani che scimmiottano High School Musical 1 e 2 ma restano produzioni caserecce al massimo per postare foto tra compagni di scuola su facebook.

Ve l’immaginate in America un leader bonario, sornione e post-comunista come Pier Luigi Bersani, che usa come argomento polemico le cene dell’avversario con esponenti della finanza (tipiche delle primarie americane, quelle vere)?

Ve l’immaginate un comitato per le primarie guidato da una vicesindaco di bell’aspetto e nessun autentico spessore, scelta con gli stessi criteri coi quali Walter Veltroni piazzò a suo tempo la sconosciuta Marianna Madia in cima alla lista dei candidati romani ds alla Camera, in virtù della sua beata inesperienza? Davvero esiste in Italia, o sta prendendo piede, una cultura delle primarie?

Bersani, uomo di partito, della burocrazia, dell’ex Pci, prima ha tentennato e cercato in ogni modo di non farle, le primarie, poi di imporre regole per sbarrare il passo agli altri concorrenti, infine si è convinto che nello scenario disastrato di un centrosinistra diviso su tutto, queste benedette primarie sarebbero state l’unico strumento possibile per sperare di conquistare una leadership senza avere il carisma del leader. E gli altri? Matteo Renzi ha corso in camper per tutta l’Italia e le primarie gli consentono di cristallizzare il suo ruolo “primario” nel partito. Quanto a Nichi Vendola, il più sinistro dei cinque candidati, culturalmente anche il più alieno a meccanismi di selezione elettorale “amerikani”, ha scoperto le primarie perché la mobilitazione non delle opinioni ma dei militanti lo ha finora premiato (lui e i suoi seguaci nel voto locale). Bruno Tabacci, una vecchia volpe della politica della primissima Repubblica, cavalca invece le primarie con la flessibilità del bonsai democristiano. E Laura Puppato è salita sul treno per farsi conoscere, tollerata in quanto non poteva mancare una donna alle primarie politically correct della sinistra.

Bene, almeno queste sono primarie, forse le prime e le ultime, una tantum, se alla sinistra fra cinque-sei anni non converrà ripeterle. A destra, invece, le primarie dovrebbero appartenere di più al dna del partito d’opinione. Ma il declino del berlusconismo in assenza di un successore, e la deflagrazione delle troppe anime cattoliche, liberali, socialiste, montiane, anti-montiane, ex An, auto-referenziali, forziste, opportuniste, ex dc, addirittura di genere, pro e anti-Cavaliere, locali, amministrative, imprenditoriali e chi più ne ha più ne inventi, per di più in un quadro di totale disaffezione dell’elettorato che dovrebbe recarsi ai gazebi, dovrebbe indurre il PdL a soprassedere.

E invece il segretario, Angelino Alfano, è convinto di aver bisogno come il pane di queste primarie, non essendo stato eletto ma prescelto, e dovendo confrontarsi con le suddette anime senza avere la caratura del “federatore”. Ma soprattutto c’è un “ma” che smaschera per sempre l’ipocrisia di queste e di tutte le altre primarie (a proposito, “no primarie” nel centro?) ed è che mentre adesso sappiamo, forse, come si può votare nelle primarie, ancora non sappiamo come andremo a votare per le politiche. Ecco, rispetto agli Stati Uniti evocati in queste ore come modello persino dai post-comunisti, l’Italia delle primarie appare come il paese delle saghe. In questo caso, la saga dei gazebo. Le primarie dei poveri (di spirito).      

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