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Pisapia non ci parli più di diritti umani

Il sindaco di Milano ha fatto dietrofront sul conferimento della cittadinanza onoraria al Dalai Lama

Dalai Lama

Tenzin Gyatso

Il punto non è se il sindaco di Milano, Giuliano Pisapia, abbia fatto bene o male a negare la cittadinanza onoraria al Dalai Lama, Sua Santità Tenzin Gyatso, Maestro e Guida spirituale della comunità buddista mondiale. Non è neppure se sia giusto o no soccombere alle pressioni e ai diktat di quella che ormai è la massima potenza globale insieme agli Stati Uniti: la Cina. Il punto è che Pisapia e Milano hanno perso la credibilità morale, e lo hanno fatto incartandosi con le proprie mani in una vicenda paradossale che è la prova di mille ipocrisie e dell’inconsistenza della conduzione politica.

Anzitutto, l’imprudenza di proporre il conferimento della cittadinanza onoraria, per poi rimangiarsi la parola e piegare il capo. Proprio Pisapia aveva infatti spinto l’idea di consegnare le chiavi della città al Dalai Lama, e la relativa delibera in Consiglio comunale aveva avuto il voto favorevole di tutti i partiti. Figuriamoci: una così bella figura a basso prezzo fa bene alla politica, o meglio ai politici. Specialmente di questi giorni. Il problema è che nessuno, tanto meno Pisapia, aveva considerato le reali conseguenze per Milano, che si appresta a ospitare fra tre anni l’Esposizione Universale. Il successo dell’Expo sarebbe stato già in partenza dimezzato dalla ovvia diserzione della Cina. Nessuno, insomma, aveva capito a quale reazione ci si sarebbe esposti: lettere di protesta e ritorsioni da parte dell’ambasciatore e del console di Pechino, e il sordo (ma non muto) rancore di una influente e numerosa comunità cinese oggi integrata nel tessuto socio-produttivo della capitale economica d’Italia. La libertà dall’occupazione cinese del Tibet, di cui il Dalai Lama è in pratica il capo religioso e capo dello Stato in esilio, è un tema tabù per i cinesi.

In secondo luogo, il velleitarismo politico. Quant’è bello riempirsi la bocca di belle parole di sostegno alla causa della libertà e dell’indipendenza del Tibet, soprattutto adesso che si è sparsa la notizia di un ulteriore giro di vite del regime cinese sulla libera stampa col divieto di pubblicare le brutte notizie. Quant’è bello presentarsi all’opinione pubblica come i sorridenti araldi di una battaglia sacrosanta. Ma se poi questa incoscienza idealistica, quest’omaggio legittimo ma non meditato ai diritti umani e ai sani principi dell’autonomia dei popoli e della libertà politica e religiosa, crollano sotto i colpi della prevedibile controffensiva cinese, l’invito e la marcia indietro diventano un terribile autogol e un insulto alla giustizia, alla verità, alla libertà. Che Pisapia non ci venga più a parlare di diritti umani.

Terzo. Si poteva fare una scelta diversa? L’unica cosa che si può dire senza tema di essere smentiti è che altri l’hanno fatto, e le pressioni a cui hanno resistito erano in proporzione le stesse esercitate su Milano (anche in assenza di Expo). Intanto, lo hanno fatto i sindaci di Roma e Venezia, Gianni Alemanno (che ha pure salutato il Dalai Lama in Campidoglio col classico saluto tibetano fronte-fronte, tra applausi e inni al “Tibet libero”) e Massimo Cacciari (che da filosofo ha sottolineato il valore profondo e universale dell’insegnamento spirituale e religioso del Dalai Lama). Allo stesso modo, ricordiamoci che ben oltre la vicenda di Milano, Tenzin Gyatso non sarà ricevuto né dal presidente del Consiglio, Mario Monti, né dal ministro degli Esteri, Giulio Terzi.  Che Monti, di recente in visita a Pechino, ha quasi giustificato certe violazioni dei diritti umani dicendo che “bisogna pure capirli”. Il presidente degli Stati Uniti, Barak Obama, evitò pure lui di stringere la mano a Sua Santità nello Studio Ovale, ripiegando su una sala privata meno compromettente. Ma tanto di cappello alla scelta del suo predecessore, George W. Bush, che onorò i principi costituzionali degli Stati Uniti ricevendo l’ospite scomodo. E chapeau anche alla tanto vituperata Angela Merkel. Il cancelliere della Germania non aveva certo ragioni meno gravi e concrete per rifiutare l’incontro col Dalai Lama di quanto non ne abbia avute un Pisapia. Anche in questo caso, la Merkel ha dimostrato di avere più spina dorsale di Sarkozy, Cameron, Monti e dello stesso Obama. E questo ci dà da pensare.  

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