Politica

L’Ue è nata offrendo speranza e ora diffonde terrore

Era stata promessa una crescita del 4-6 per cento e sappiamo com’è andata. Il vero antieuropeismo oggi è sostenere che si può continuare così, senza grandi riforme

Il Parlamento europeo – Credits: Getty

di Paolo Savona professore emerito di Politica economica

Quasi tutte le formazioni politiche, i loro adepti e la gran parte degli economisti ormai sostengono che le istituzioni e le politiche europee richiedono d’essere riformate, né più né meno di quanto non lo debbano essere quelle interne. Quasi nessuno, invece, affronta il problema di che cosa l’Italia debba fare – e soprattutto come farlo – se queste riforme non vengono attuate. La campagna elettorale per il nuovo Parlamento europeo dovrebbe discuterne se vogliamo dare un senso al mandato di chi ci rappresenterà in Europa. L’elettore comune non è in condizione di seguire le dispute sul perché la Banca centrale europea debba essere dotata di strumenti adeguati per intervenire sulle parità di cambio dell’euro e sui titoli pubblici per fronteggiare la speculazione e combattere la disoccupazione. Ancora meno l’elettore comune comprende la complessità dei vincoli posti dai trattati europei ai deficit dei bilanci pubblici e all’indebitamento degli stati, né perché i presidenti del Consiglio che si sono succeduti li hanno approvati e i parlamenti nazionali li hanno ratificati, nonostante ripetano in continuazione di voler perseguire crescita e occupazione. Ancora meno comprende quando quei vincoli si celano dietro termini inglesi, come il fiscal compact, six pack et similia.

Non capendo si affida a ciò che vede e patisce: più tasse, meno pensioni e servizi sociali, disoccupazione in crescita e, quindi, più rischi per il suo stesso posto di lavoro; perciò semplifica i termini della sua scelta scegliendo di seguire i movimenti di protesta capaci di cogliere i contenuti della malattia sociale, anche se non propongono una terapia adeguata. Implicitamente reagisce a chi sostiene che è necessario pagare tutti i costi per rispettare gli accordi europei, non di rado circoscrivendo la colpa della crisi al malfunzionamento delle nostre istituzioni e alle pretese e cattivi comportamenti degli italiani e non di se stessi. Se l’elettore comune trova difficoltà a capire il perché di tutto ciò, le élite che ci governano sanno bene come stanno le cose. Se esse, per codardia o per interesse, fanno finta di ignorare che le riforme delle istituzioni e delle politiche europee debbano essere pretese, invece di asseverare l’accusa che tutti i mali sono interni, e se continuano a promettere che la ripresa economica è dietro l’angolo nonostante le smentite pratiche e invece reagendo alle proteste diffondendo messaggi di terrore sul dopo euro, non meritano di reggere le sorti dell’intero Paese.

L’Unione europea è nata offrendo speranze e ora vive diffondendo terrore. Il documento Delors che portò alla firma del Trattato di Maastricht sostenne che la crescita sarebbe stata nell’ordine del 4-6 per cento; con essa l’Italia poteva contare su un aumento di circa 300 mila posti di lavoro. Ora che si trova con nessuna crescita e il doppio dei disoccupati, le élite preferiscono spargere paure affermando che le cose andrebbero anche peggio se lasciassimo l’euro e se ci sganciassimo dall’Europa. L’infondatezza delle promesse europee non ha indotto i partiti, i politici e gli studiosi italiani che le hanno validate a cambiare parere. È la continuazione di una linea irrazionale che ha trasformato un grande disegno, quello dell’unità europea, in un pantano economico e sociale. È il fallimento di un’intera classe dirigente che invece di correggere gli errori preferisce persistere sostenendo che bastano i piccoli passi che si vanno facendo per migliorare le istituzioni e le politiche di austerità fiscale e di prudenza monetaria; secondo questi ciò che è stato fatto comincia a dare i suoi frutti, come dimostrerebbero i progressi del Pil di Grecia e Spagna. Essi fingono che una disoccupazione del 25 per cento possa essere accettata e, con essa, possa esserlo ancora l’idea di un’Europa capace di risolvere i problemi di crescita e di innalzamento del livello di convivenza civile nel Vecchio continente.

Le attuali élite sono la brutta copia di quelle emerse dalla guerra che avevano chiaro in mente che "agli equilibri di potenza tra stati andava sostituito l’equilibrio di speranze tra le popolazioni del mondo" (la definizione è di Eugene Black, il presidente della Banca mondiale), ignorando che "lo sviluppo è il nuovo nome della pace" (la nuovi deputati L’emiciclo del parlamento europeo a Strasburgo. definizione è di Paolo VI). Che fine ha fatto tanta saggezza di eterogenea provenienza? L’unica loro preoccupazione è la crescita dei movimenti antieuropeisti, badando agli effetti delle loro scelte e non al fatto che queste stesse siano la causa. I veri movimenti antieuropeisti sono quelli che ritengono possibile continuare a stare uniti in Europa senza grandi riforme dell’architettura istituzionale e delle politiche e senza muovere verso quell’unione politica indispensabile per dare all’euro lo status di una moneta dietro cui vi è il potere di uno stato che ne legittimi l’esistenza e governi l’evoluzione.

La cronaca può solo registrare i fatti, mentre la storia provvederà a stabilirne le responsabilità. Nell’attesa, deve restare agli atti che qualcuno ha indicato gli errori e suggerito le correzioni, tentando di contrastare le continue mistificazioni attorno alle quali si è formato un blocco che impedisce il cambiamento. Data questa situazione, per cambiare musica non si deve cambiare solo lo spartito, ma anche i suonatori. L’orchestra, invece, è sempre la stessa e suona ancora le arie allegre delle speranze e quelle drammatiche del terrore.

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