Esteri

Ora nel mondo vince la democra-tura

Iniziata in Asia, dopo aver coinvolto Africa, America Latina e Medio Oriente la crisi della democrazia minaccia anche l'Europa

– Credits: John Moore/Getty Images

Secondo gli ultimi studi pubblicati da Freedom House , un'organizzazione americana che monitora le evoluzioni in termini di libertà, democrazia e protezione dei diritti umani in tutto il mondo, il 2013 si è confermato come "l'ottavo anno consecutivo in cui le involuzioni sul piano della tutela dei diritti politici e sociali hanno di gran lunga superato i miglioramenti registrati in questo ambito". Cosa vuol dire? essenzialmente che ci sono sempre meno paesi nel mondo che riescono a garantire ai propri cittadini una base accettabile di diritti e libertà. Infatti, se fino al 2005 il concetto, o l'ideale di democrazia ha continuato ad espandersi, standardizzando sotto certi punti di vista il funzionamento del 60 per cento delle nazioni indipendenti che esistono oggi, da quel momento la tendenza si è invertita, e le democrazie "a tutti gli effetti" stanno diventando sempre di meno.

Sempre secondo i calcoli di Freedom House, sarebbero solo 88 le nazioni che posono oggi considerarsi "libere" sotto ogni possibile punto di vista. Il 45 per cento del totale. Il 30 per cento va considerato "parzialmente libero" (sono 59 le nazioni che rientrano in questa categoria), e il rimanente 25 per cento, rappresentato da ben 48 stati, "assolutamente non libero". Come se non bastasse, la situazione peggiora quando si prende in considerazione il punto di vista dei cittadini al posto di quello degli stati. In questo caso, solo al 40 per cento della popolazione globale vengono garantite libertà politiche, civili e sociali. Il 35 per cento non gode di questo privilegio, e il 25 per cento solo in parte.

Nel 2011 sono stati in tanti a sperare che lo slancio della Primavera Araba potesse invertire questo trend. E invece con l'unica eccezione della Tunisia è successo esattamente il contrario. Ma anche Russia, Nigeria, Filippine, Venezuela, Pakistan, Bangladesh, Thailandia e Kenya, seppure per motivi molto diversi, non posso più essere incluse nel club delle democrazie. Pakistan, Kenya e Thailandia, ad esempio, mostrano una facciata democratica, ma il livello di autoritarismo, illiberalità e corruzione che contraddistingue queste tre nazioni di certo non permette di considerarle realmente democratiche.

Altre quattro grandi delusioni più o meno attese riguardano Turchia, India, Corea del Sud e Indonesia. Nel primo caso, è un dato di fatto che negli undici anni in cui il Primo Ministro Recep Tayyip Erdogan ha guidato il paese, una lunga serie di libertà che molti consideravano acquisite sono via via scomparse. L'India, invece, sembra essere sul punto di eleggere un Priemier, Narendra Modi, che va certamente lodato per essere riuscito a mettere in piedi, in Gujarat, lo stato che ha guidato negli ultimi dodici anni, un sistema economico che funziona. Eppure, pochi sembrano dare peso al fatto che il successo di Modi in Gujarat sia stato ottenuto in cambio di obbedienza ossequiosa e intolleranza verso qualunque forma di critica. Infine, Indonesia e Corea del Sud si sono contraddistinte per i passi indietro compiuti a livello di tutela dei diritti politici e civili. 

L'unica reale nota positiva del rapporto di Freedom House, per una volta, riguarda l'Italia, lodata per i passi avanti compiuti dal punto di vista dei diritti politici e, ancora più importante, per la determinazione con cui sta cercando di combattere la corruzione.

 

  

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