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ONU: il "sì" francese alla Palestina divide l'Europa e allontana la pace

Se non avessimo i nostri uomini in missione di pace nel Libano del Sud, l'Italia dovrebbe dire "no"

Abu Mazen,non rinuncero' diritto ritorno

L’Europa ancora una volta si spacca e dimostra di non essere un soggetto unico, ma bino e trino. Di non avere una linea comune neppure su un tema che dovrebbe essere strategico per l’Unione e per il Mediterraneo (il Mare Nostrum): il riconoscimento in discussione all’Assemblea dell’Onu della Palestina come Stato non membro delle Nazioni Unite, primo passo verso il riconoscimento pieno. Se non vi fossero i nostri uomini col casco blu a preservare la pace nel Libano del Sud, l’Italia dovrebbe dire con chiarezza “no”. E distinguersi dai favorevoli come Francia e Spagna, e dagli astenuti come Gran Bretagna e probabilmente Germania.

La Francia, come al solito, ha rotto gli indugi e spezzato per prima l’unità della UE. Il suo ministro degli Esteri, Laurent Fabius, ha annunciato il “sì” all’upgrade della Palestina. A ruota la Spagna si è dichiarata favorevole. E la Germania ha fatto sapere che, comunque, non voterà “a favore” (cioè dovrebbe astenersi), mentre la Gran Bretagna aveva posto tre condizioni irricevibili dai palestinesi per dare il suo assenso, e alla fine si asterrà.

Così l’Europa, ancora una volta, si presenta a un appuntamento cruciale di politica internazionale a pezzi e scoordinata. E nessuno se ne sorprende o adonta. Al “sì” di Parigi, significativo perché la Francia è uno dei membri permanenti del Consiglio di Sicurezza dell’ONU (e sfuma così l’obiettivo della diplomazia israeliana di conquistare una “maggioranza morale” delle potenze rispetto a quella numerica dell’Assemblea), si contrappone la Gran Bretagna critica verso l’Autorità nazionale palestinese di Mahmoud Abbas (alias Abu Mazen).

Londra è convinta, con piena ragione, che l’upgrade della Palestina all’Onu renderà ancora più difficile la ripresa del negoziato con Israele. Informalmente, avrebbe concesso il suo “sì” a tre condizioni. La prima è quella di maggior valore per Israele: il riconoscimento non sia usato da Abu Mazen per aderire alla Corte penale internazionale dell’Aja. Da anni, infatti, i palestinesi col sostegno di tutti i Paesi “amici” premono verso la messa sotto accusa di Tel Aviv per “crimini di guerra”. Appiglio: le operazioni mirate a eliminare i capi militari di Hamas e altri terroristi (targeted killing), la costruzione del Muro, il bombardamento di Gaza, le azioni dei coloni. Allo stesso modo, seconda condizione, l’Anp dovrebbe per Londra restare fuori dalla Corte internazionale di giustizia. Terza (o prima, a seconda dei punti di vista): la ripresa immediata dei negoziati con Israele.

Al momento, i palestinesi di Abu Mazen continuano a adottare la politica della “sedia vuota”. Ma i palestinesi sono divisi su tutto. L’Anp guidata da Al Fatah governa in Cisgiordania e Hamas a Gaza, divisa a sua volta tra il filo-iraniano Ismail Haniyeh che comanda nella Striscia, e il filo-sunnita leader del movimento all’estero, Khaled Meshaal. Haniyeh ha appoggiato la richiesta di Abu Mazen all’ONU, dando un segnale di unità almeno sul punto del riconoscimento, e avallato la manifestazione di piazza fra tutte le entità palestinesi a Gaza.

Ma è paradossale che l’ONU promuova come Stato, seppure non membro, un’entità oggi scarsamente rappresentativa tra la sua stessa gente (il voto è sospeso in Cisgiordania), oltretutto separata dall’altra entità (la Gaza Strip) guidata da Hamas, organizzazione terroristica. Questo riconoscimento non serve alla pace, solo a restituire una spolverata di credibilità e legittimità a Abu Mazen dopo la “guerra degli otto giorni” tra Israele e Hamas, a Gaza.

Gli Stati Uniti, che vorrebbero riannodare dopo la conferma del presidente Obama i fili del negoziato, non possoni usare il potere di veto all’ONU (non è previsto in Assemblea ma nel Consiglio di Sicurezza). Dovranno aspettare che passi anche questo momento non facile prima di ripensare seriamente (nel vuoto di iniziativa europea) a come riportare al tavolo delle trattative israeliani e palestinesi.

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