Cronaca

Così uccide il serial killer di Firenze

I tempi, i luoghi, le modalità di adescamento e che cos'è la 'confort zone' dell'omicida seriale. L'intervista al criminologo Silvio Ciappi. Firenze: c'è un serial killer?  

Andrea Cristina Zamfir, la ragazza romena trovata morta e legata alla periferia di Firenze, in una foto diffusa il 6 maggio 2014. ANSA/UFFICIO STAMPA

"Era italiano, alto, fra i 50 e i 60 anni, grasso, con pochi capelli". Martina, ricorda così il suo aguzzino che un anno fa la legò e la seviziò come la prostituta romena uccisa e crocefissa alle porte di Firenze e ritrovata da un passante due giorni fa.

“Lui arrivò su un'auto piccola, chiara. Mi disse che mi avrebbe portato a Firenze. Invece, a un certo punto  svoltò, e si diresse verso Prato”. Poi continua: “Fino a quel momento era stato tranquillo ma appena scese dalla macchina diventò una bestia. Io scappai, ma lui mi rincorse e mi raggiunse. Mi legò a un palo, con le braccia incrociate davanti al viso, in piedi".

E iniziò a seviziarla con un legno. Lei riuscì ad allontanarlo con un calcio solamente quando l'uomo le si avvicinò con una tenaglia. E la storia di Martina è uno dei sette casi confluiti nel fascicolo d’indagine sulla prostituta trovata morta a Scandicci.

Panorama.it  ha chiesto ad un criminologo di descrivere il modus operandi di un serial killer.

Silvio Ciappi, Docente di criminologia all'Università di Messina, criminologo e psicologo clinico, la scienza giuridica ha classificato i serial killer. Quante profili esistono attualmente di questi assassini seriali?
Sostanzialmente esistono le due grandi categorie di killer organizzato e disorganizzato. Il primo sceglie accuratamente la tipologia di vittima, pianifica il delitto, sceglie l'arma e inscena il delitto. Usualmente non presenta apparenti patologie psichiatriche e comportali. Il secondo tipo è il killer disorganizzato il quale per così dire agisce d'impulso, pianifica rozzamente il reato, sceglie vittime opportunistiche e di solito presenta problematiche psicopatologiche.

In quale modo vengono approcciate le vittime?
Nel primo caso il killer 'seduce' le vittime, utilizza in modo garbato ed entra in una zona di confidenza con loro. Oggi attraverso i social network tale possibilità di approccio si è estesa. Ad esempio può cercare di attrarre le vittime all'interno di un incontro amoroso, di una chat su siti di incontri. E le vittime avranno caratteristiche comuni: colore degli occhi, capelli, fattezze fisiche. Nel secondo caso, invece, come ho detto la vittima non è prescelta ma il killer utilizza metodi violenti per attrarla a se.

Esistono aspetti comuni a tutti i serial killer?
Sì, è il cocktail micidiale di sesso e aggressività. Il sesso è funzionale al bisogno di dominio e di potere assoluto sulla vittima considerata oggetto da degradare. Il sesso è alla merce di un desiderio assoluto di onnipotenza e dominio. In questo senso molti aggressori seriali sono sadici e utilizzano spesso il meccanismo psicologico noto come identificazione proiettiva, secondo il quale si proiettano sugli altri parti indesiderate e cattive di se. Stando le così così spesso l'autore seriale disconosce la vittima come entità altra, ma come specchio della propria malvagità.

Che cosa indica la "confort zone" per l'omicida seriale?
È una zona di confidenza, l'area entro la quale l'aggressione si introduce nella sfera personale della vittima.

Le confort zone presentano similitudini per tutti gli assassini seriali pur appartenendo a tipologie differenti?
L'area di attrazione più comune e' quella degli affetti, delle relazioni affettive.

Frequentemente dall'analisi psicologica dei serial killer emerge un rapporto conflittuale con la madre in età infantile e successivamente con le figure femminili. In età adolescenziale è già possibile riscontrare nei ragazzi alcuni atteggiamenti 'seriali'?
Diciamo che la caratteristica più comune e quella della psicopatia e della triade sintomatologia ad essa connessa: enuresi notturna, crudeltà verso gli animali e piromania. Ma si deve trattare di comportamenti reiterati nel tempo. Altra ipotesi e' quella di un attaccamento genitoriale disorganizzato, caratterizzato dalla dissociazione. In poche parole la figura di attaccamento e' rappresentata da un genitore impaurito e spaventante per un qualche suo trauma.

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