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Isis: perché Obama fa rimpiangere Clinton e Bush

Una serie di scelte fallimentari e una costante titubanza di fondo rispetto al Medioriente stanno riducendo la fiducia nel presidente "più forte del mondo". Che paradossalmente non crede nella forza

– Credits: Ansa.

Abbiamo una grande nostalgia degli Stati Uniti di Bill Clinton e George Bush. Sì, anche di George Bush che per usare un argomento di Sergio Romano in un recente fondo sul Corriere della Sera (Romano ex ambasciatore a Mosca, mai stato accondiscendente o morbido verso gli "yankee") riuscì dopo l’invasione del Kuwait a costruire e mettere in piedi una coalizione formidabile sotto l’ombrello delle Nazioni Unite e vincere la guerra con Saddam. Il dopoguerra non è stato poi vinto dall’America e dai suoi alleati (tra i quali noi): molti errori sono stati commessi. Il primo, quello di aver emarginato con George Bush figlio nel dopo-Saddam i potenti quadri baathisti che avevano formato la spina dorsale dell’amministrazione statale irachena.

Le scelte di Obama sono state quasi tutte fallimentari, non ultima quella di appoggiare come capo del governo iracheno lo sciita (insieme imbelle e intollerante) Al-Maliki. Assurdo e contraddittorio pure l’annuncio da parte di Obama dell’intervento contro Assad, iniziativa poi accantonata, quando il vero nemico sul terreno non era Assad ma la guerriglia jihadista pronta a istituire un Califfato tra Siria e Iraq con le sue milizie votate alla morte (in palese sintonia con i tagliagole di Boko Haram in Nigeria e le efferatezze dei miliziani Al Shabaab in Kenya e Somalia o la resistenza alqaedista, coronata da qualche sequestro di turista, in Yemen).

Thomas Friedman sul New York Times riferiva un paio di settimana fa un colloquio di un’ora sulla politica estera avuto con Barack Obama alla Casa Bianca. La parola d’ordine: “Nessun vincitore, nessun vinto”. Cioè: non far vincere nessuno per non creare squilibri. E ancora: “Gli Stati Uniti non diventeranno la flotta aerea degli sciiti iracheni o di altre forze”. Erano i primi di agosto, ma ora che ci avviciniamo alla fine del mese gli Stati Uniti sono diventati proprio questo, l’Air Force dei curdi. Aggiungeva Obama che la Russia potrebbe invadere parte dell’Ucraina, e che la guerra in Libia è stata la cosa giusta per "prevenire un massacro" ma che il più grosso errore politico è stato quello di non saper gestire sul campo il dopoguerra, cioè la transizione. Sarebbe stato un errore, dice, armare in Siria i ribelli moderati: dottori, agricoltori, farmacisti...

Obama insiste nella convinzione che la soluzione al rebus dell’Isis sia solo politica. La ricetta? Dialogare, non sparare. "La questione non dev’essere solo come possiamo reagire militarmente, piuttosto come parleremo alla maggioranza sunnita di quell’area". Già alla fine di giugno l’editorialista “conservatore” del Wall Street Journal, George Melloan, aveva detto con chiarezza che un presidente americano non può semplicemente mettersi a sedere e guardare. Guai alla “politica di disimpegno dalle risse mondiali”. La forza è parte essenziale della diplomazia. E non è vero che la gente, come dice Obama, sia "stanca della guerra". È stanca, piuttosto, di assistere a massacri e guerre civili del Medio Oriente. Melloan rivaluta un’idea suggestiva. L’america non può sfuggire alle sue responsabilità se vuol continuare a essere la "look-to nation", la nazione alla quale guardano le altre come a un modello (di benessere, democrazia). Obama somiglia a un progressista accademico del New England, sempre titubante rispetto a qualsiasi scelta. A un analista più che a un leader. Mai come adesso è stata così bassa la percezione della pubblica opinione americana e mondiale sull’adeguatezza personale e politica dell’uomo "più potente del mondo". Forse soltanto ai tempi di Jimmy Carter e del fallimentare blitz nel deserto per liberare gli ostaggi in mano all’ayatollah Khomeini. Il linguaggio della forza è ancora il più eloquente. Il più efficace. Ma non è il linguaggio di Obama.

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