Esteri

In Norvegia ha vinto il partito di Breivik

I conservatori di Erna Solberg possono governare solo con il sostegno degli xenofobi del Progress Party, che ha tesserato l'autore della strage di Utoya

Erna Solberg (a sinistra), leader del partito conservatore, consola Siv Jensen, leader del partito xenofobo Progress Party, in occasione di una messa per le vittime della strage di Utoya, realizzata da Anders Breivik (Credits: ODD ANDERSEN/AFP/Getty Images)

La Norvegia svolta a destra e incorona i conservatori di Erna Solberg, soprannominata la dama di ferro. Dopo otto anni al governo i laburisti dell'ex primo ministro Jens Stoltenberg cedono il passo ai loro avversari, che però non hanno i seggi sufficienti a governare da soli e devono necessariamente formare una coalizione che contempla l'ingresso ai piani alti della politica del Progress Party.

La formazione di estrema destra, che chiede l'espulsione degli immigrati e si caratterizza per il suo approccio fortemente xenofobo, conta tra i suoi iscritti anche Anders Behring Breivik, l'autore della strage di Utoya, che nel 2011 scioccò il mondo intero massacrando a sangue freddo 77 persone, la maggior parte delle quali ragazzi che partecipavano a un campo di studio dei laburisti sull'isola di fronte a Oslo.

Una ferita che non si rimargina e che oggi, alla luce dei risultati elettorali, fa rabbrividire il popolo norvegese. Già prima del voto le famiglie delle vittime avevano protestato per l'ipotesi di ritrovarsi il Progress Party al governo. Oggi quell'incubo è diventato realtà e la dama di ferro sembra voler procedere con la coalizione. Appena ventenne Anders Breivik aveva preso la tessera del partito xenofobo, stracciandola dopo qualche anno, nel 2007, perché deluso dalla "scarsa militanza" dei membri del gruppo. 

Oggi Siv Jensen, il leader del partito xenofobo, si presenta agli elettori con una retorica anti-islamica più attenuata, ma i tratti razzisti restano alla base della formazione politica e, una volta al governo, condizioneranno pesantemente l'azione della nuova premier.

Va specificato, però, che il Progress Party non è in crescita. I risultati elettorali lo vedono con 12 seggi di meno rispetto alle scorse elezioni, ma il suo peso è comunque determinante se i conservatori vogliono riuscire a governare. 

Ma perché il partito di Breivik è così forte in Norvegia, tanto da riuscire anche ad arrivare al governo del Paese? Studi recenti mostrano che gli atteggiamenti xenofobi sono ancora molto forti in Norvegia, tanto che uno dei sopravvissuti al massacro di Utoya ha recentemente dichiarato che Oslo non ha imparato nulla da tutto quel sangue. 

I politici più populisti negli anni passati hanno basato le loro campagne elettorali sulla paura di un'islamizzazione del Paese, e solo a luglio del 2011, quando Breivik è tragicamente entrato in azione, in molti si sono resi conto che passare da una retorica anti-islamica a un omicidio di massa è un incubo che può diventare realtà. Quindi, il Progress Party ha sì moderato i suoi toni, ma non ha modificato la sostanza del suo messaggio: fuori gli immigrati dalla Norvegia.

"Non hanno fatto quello che avevano promesso", dichiara a ScienceNordic Mette Wiggen, docente all'università di Leeds e autrice di uno studio sulla xenofobia in Norvegia, basato sulla comunicazione dei media istituzionali e quella dei social network.

La Wiggen sostiene che il dibattito pubblico sui temi dell'immigrazione in Norvegia è sostanzialmente negativo. Lo era prima di luglio 2011 e lo è ancora oggi. Il multiculturalismo viene visto ancora come una grande minaccia alla stabilità sociale e al benessere economico dei norvegesi. Secondo lo studio, la percezione degli immigrati in Norvegia è notevolmente più negativa che in tutti gli altri Paesi d'Europa, che hanno fatto esperienza di flussi migratori più forti e di più lungo periodo, come il Regno Unito.

Insomma, parole e atteggiamenti xenofobi sono presenti in Norvegia sia nei dibattiti televisivi che sugli autobus, dove le signore si scambiano commenti sul colore della pelle di chi gli siede accanto. Stessa cosa vale per i commenti che si leggono su Facebook. Tutti non fanno altro che professare di non essere razzisti, ma poi sottolineano che "i rom dovrebbero fare i bagagli e tornarsene nei Balcani" da dove sono venuti.

Insomma, l'orizzonte è nero in Norvegia, e in più il nuovo governo dovrà anche vedersela con i problemi economici. Su questo, come sulle politiche per l'immigrazione, il Progress Party promette battaglia, visto che ha basato la sua campagna elettorale da una parte sulle espulsioni di massa degli immigrati e dall'altra su un taglio netto e radicale alle tasse. Cosa difficile da fare in questo momento. 

Nel decennio passato la Norvegia ha potuto godere di un incredibile successo economico, legato al settore petrolifero off-shore, che le ha permesso di essere solo sfiorata dalla crisi che ha travolto l'Europa. Tanto per intenderci, il Pil pro capite degli anni passati si aggirava attorno ai 100 mila dollari l'anno. Un Paese di super-ricchi che, comunque, ideologicamente è rimasto chiuso a qualsiasi apertura verso la "manovalanza" esterna, nonostante la grande richiesta di lavoratori stranieri, vista la difficoltà di riempire i posti creati dal boom economico legato all'estrazione di greggio.

Ma, negli ultimi tempi l'economia ha cominciato a rallentare, la competitività è in fase di stagnazione e monta la protesta per i servizi sociali e il welfare ritenuti non all'altezza delle aspettative. Per questo è stato punito il partito laburista di Stoltenberg, e per questo le formazioni di estrema destra come il Progress Party hanno raccolto consenso, chiedendo tagli indiscriminati alle tasse e un welfare fatto a misura dei norvegesi doc, esclusi tutti gli stranieri.

Una miscela esplosiva che potrebbe deflagrare a breve quando il governo di coalizione dovrà passare dai festeggiamenti per la vittoria ai fatti. Impossibile cancellare la memoria dell'eccidio di Breivik dagli occhi e dai cuori dei norvegesi. Eppure, i suoi sodali presto saranno ministri.

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