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Monti-Squinzi: mai dare i voti ad un prof.

Mario il "permaloso"; Giorgio lo "sbadato". Perché sbagliano entrambi...

E' scontro tra Mario Monti e Giorgio Squinzi (Credits: ansa)

Mai dare i voti ai professori. Ti bacchettano subito. Punti nel vivo della loro formidabile auto-considerazione, deformazione professorale più che professionale (fondata o meno), sono capaci di affibbiarti bacchettate da fartele ricordare nei peggiori incubi. Succede che Giorgio Squinzi, neo-eletto (per 16 voti) presidente di Confindustria, ha attribuito alla politica economica del Prof. Monti tra il 5 e il 6, un’insufficienza mancata che farebbe imbestialire chiunque. Non pago della stroncatura, Squinzi lo ha rimproverato di fare “macelleria sociale”, in singolare e perfetta sintonia con la bocciatura (prevedibile) della leader della CGIL, Susanna Camusso.

Il professor de’ professori, nonché premier tecnico ma anche politico, se n’è risentito perché scorrendo il registro dell’alunno Squinzi ha scoperto altre due interrogazioni andate malissimo. La prima quando ha liquidato la riforma del mercato del lavoro del ministro Fornero come “una boiata”, la seconda quando ha parlato di “Italia sull’orlo del baratro”. Tutt’e due le interrogazioni erano cadute la vigilia di vertici importanti nei quali il Prof. si sarebbe dovuto presentare davanti all’intero senato accademico europeo nella speranza di farsi promuovere con il suo stentato piano di studio per salvare e poi far crescere l’Italia.

Al terzo bollino rosso, mai così rosso in verità come stavolta, il Prof. si dev’essere convinto che Squinzi si rifiuta di studiare, oppure che è incapace di capire. E ha reagito con una sfuriata da severa insegnante zitella. Nel modo più perfido. Guai a criticare Monti, se lo fai vedi subito schizzare in alto lo spread.

Il premier ha accusato Squinzi di fare un danno alle aziende provocando incertezza sui mercati e aumento dei rendimenti dei titoli di Stato verso una situazione insostenibile. Poi, s’è lasciato andare a una considerazione che in teoria potrebbe accreditare essa stessa la sfiducia dei mercati e l’innalzamento dello spread: ha avallato e rilanciato le perplessità degli ambienti economici e finanziari circa il dopo-Monti. Lo ha detto, per chi l’ha visto, con un sorrisetto sulla bocca che pareva tradire compiacimento nell’immaginare una sorta di “dopo di me il diluvio”.

Invece di rassicurare i mercati dichiarando che comunque andrà, l’Italia e gli italiani avranno la forza, l’intelligenza, la maturità e le risorse per garantire stabilità e certezza al quadro politico nazionale attraverso le prossime elezioni, oltretutto riconquistando in pieno la democrazia dopo la sospensione “tecnica”, ha sparso dubbi e sfiducia. Errore da matita rossa. Un’uscita gravemente insufficiente, tra il 3 e il 4, che scenderebbe a 2 se risultasse provenire dal Prof. il suggerimento ai retroscenisti sui quotidiani che spiegano come a cena Monti abbia per la prima volta (ma davvero?) ipotizzato di succedere a se stesso, come prima o poi capita ai dittatori che (non) si rispettino.

Certo, Squinzi ha sbagliato a usare un linguaggio poco confindustriale, per di più confondendo le acque su un tema (il dimagrimento del carrozzone pubblico con l’operazione di spending review) che da sempre è uno dei cavalli di battaglia dell’imprenditoria italiana piccola, media e grande. Ma c’è da chiedersi perché l’ha fatto. E allora, basta dire che i tagli alla spesa pubblica del Prof. sono pannicelli caldi sulla fronte rovente di un paese in cui a pagare lo scotto della crisi e della pluridecennale voragine del debito pubblico non è lo Stato con i suoi sprechi e la protezione dei privilegi, ma sono i cittadini e le imprese, costretti a un dimagrimento non dell’1-2%, ma del 20-30.

Una piccola domanda al professor de’ professori: perché non è stato accolto l’emendamento del pidiellino Guido Crosetto che proponeva un tetto di 6mila euro netti alle pensioni d’oro retributive? A volte, certe misure di giustizia sociale nei momenti cruciali e delicati della storia nazionale, ancorché poco attraenti per volumi di cassa, servono a dare credibilità a chi governa e efficacia e sostenibilità ai provvedimenti “lacrime e sangue”.  

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