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Berlusconi, il processo Mediaset e la nuova Forza Italia

Berlusconi rappresenta il popolo dei moderati. È un popolo responsabile, certo, che sa aspettare e che non ama né gli strappi né le avventure. Ma se perde la pazienza, chi lo tiene più?

'In nome del mio popolo'

– Credits: Getty Image

Tutti gli interlocutori che hanno incontrato ad Arcore Silvio Berlusconi nei giorni in cui ha messo a punto la sua strategia politica e di comunicazione sono concordi nel riferire un particolare: ogni volta che percorreva con l’ospite le possibili alternative, il Cavaliere ha sempre tenuto sul tavolo un foglio di carta. Sul quale, con la solita penna-pennarello e l’inconfondibile scrittura rotonda e ordinata, ha sempre scritto la premessa: fare vivere il governo.

Dopo, e solo dopo avere sottolineato questa frase, veniva tutto il resto attraverso proposizioni coordinate e subordinate (dimettersi prima del voto in Senato, chiedere la grazia, rilanciare Forza Italia, mettere al centro dell’agenda politica la riforma del fisco, fare un’operazione verità sulla malagiustizia in Italia).
Il dettaglio non è da poco, anzi è decisivo.

Stronca e zittisce gli schiamazzi di quanti, soprattutto nei vari talk-pollai televisivi, si sono affannati a dipingere il Cavaliere come il principe degli egoisti e dei disfattisti: pronto cioè a immolare l’esecutivo delle grandi intese, tenacemente voluto da lui stesso, sull’altare di una vicenda giudiziaria personale aggravata martedì 17 settembre con il sigillo finale dell’attacco al patrimonio attraverso la sentenza sul Lodo Mondadori (il maxirisarcimento da Fininvest alla Cir di Carlo De Benedetti).

Non è così e non sarà così. Il governo Letta non cadrà né per quella che a ragione è stata definita la «rapina del secolo» né per lo sfregio della Cassazione presieduta dal chiacchierone Antonio Esposito. Se ci si fosse voluti vendicare di quel verdetto, Letta sarebbe già da tempo a Palazzo Chigi con una maggioranza raccogliticcia frutto di tradimenti e opportunismi a cui la Seconda repubblica ci ha purtroppo abituati.

Permettetemi una digressione, che però è fondamentale. Il verdetto di agosto si squalifica da solo: occorre
avere pazienza a sufficienza, mettere una dopo l’altra sette sentenze emesse in nome del popolo italiano e leggere attentamente le carte. Queste sette sentenze (potete approfondire l’argomento leggendo l’articolo da pagina 74) si pronunciano tutte sullo stesso argomento pur occupandosi di periodi storici diversi ma vicini tra loro: la presunta frode fiscale di Mediaset, il presunto ruolo di Berlusconi nell’azienda dopo la sua discesa in campo, il presunto legame con il «socio occulto» Frank Agrama all’origine della molto presunta evasione
fiscale.

Ebbene: quattro sentenze su sette, quindi la maggioranza, dicono senza ombra di dubbio che non vi fu frode fiscale, che Berlusconi non ha esercitato alcun ruolo operativo o di pressione su Mediaset dopo il ’94, che Agrama non era affatto un «socio occulto». Per quanto incredibile possa sembrare è così, con buona pace degli improvvisati legulei e dei manettari in servizio permanente effettivo: le stesse prove e le stesse testimonianze hanno avuto una valutazione di colpevolezza solo da quei collegi (primo grado, Appello e sezione feriale della Cassazione) i cui componenti sarebbero stati in parte viziati da un pregiudizio politico contro Berlusconi. Non solo. Due delle quattro sentenze di assoluzione del Cavaliere sono state emesse da sezioni della Corte di cassazione «titolari» e specializzate nella trattazione di questi processi e non da una sezione feriale alla quale è stato affidato l’ultimo processo per una fretta che adesso appare illuminante.

Quando Berlusconi ripete di non riuscire a dormire perché sopraffatto dall’indignazione per la sentenza Esposito, si riferisce anche a questi «particolari» che non sono facili da spiegare agli italiani, eppure sono quelli usati dal «braccio giudiziario» per determinare l’ostracismo dal Parlamento.

Ed è anche per questo, probabilmente, che il Cavaliere ha deciso di far rivivere lo spirito democraticamente rivoluzionario che fu di Forza Italia: per mettere mano alla riforma della giustizia – se mai ci sarà una maggioranza autonoma – e per condurre, nell’immediato, una battaglia sul fronte dell’economia. A cominciare dalla necessità improcrastinabile di mettere a dieta la spesa pubblica per far diminuire le tasse, rilanciare i consumi, creare posti di lavoro. Tutto ciò, sostiene chiaramente il leader del centrodestra, bisogna
provare a farlo con questo governo perché il momento storico non consente di tornare alle urne. Di sicuro, però, anche la responsabilità ha un limite.

L’ex premier ha dato semaforo verde ai governi Monti e Letta, è stato determinante e risolutivo per la rielezione di Giorgio Napolitano, ma che cosa ha ricevuto in cambio? Negli ultimi tempi, addirittura, si sono registrati solo atti politicamente belligeranti e palesemente persecutori (vedi, da ultimo, il dibattito da pulcinella imbastito sul voto segreto al Senato).

Non si va molto lontano se si dovesse continuare a pensare che Berlusconi accetterà passivamente ogni provocazione. Perché, a differenza di quanto sostengono in molti a sinistra, Berlusconi non è solo Berlusconi: lui, al contrario di Matteo Renzi o di altri candidati al governo, sta alla testa di un popolo che crede in lui e che non lo ha mai criminalizzato. Lo certificano vent’anni di elezioni: Berlusconi rappresenta il popolo dei moderati e di questo popolo incarna le istanze, le aspirazioni, i bisogni, le speranze. È un popolo responsabile, certo, che sa aspettare e che non ama né gli strappi né le avventure. Ma se perde la pazienza, chi lo tiene più?

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