News

Matteo Renzi, la rivincita di Napolitano

Le analogie tra il sindaco di Firenze ed il Presidente della Repubblica. Entrambi contro Bersani (e la nomenclatura del Pd, oggi come allora)

Matteo Renzi rompe gli indugi

– Credits: Web

Ufficialmente, Pier Luigi Bersani incontra il premier Mario Monti per parlare dell’elezione del prossimo capo dello Stato. Ma, naturalmente, siccome la scelta del successore di Napolitano (che spetta al Parlamento in seduta congiunta) è legata alle sorti del governo, possiamo immaginare che parlino anche di possibili soluzioni dello stallo politico.

Finora il capo dello Stato, Napolitano, ha tenuto una linea di equilibrio. Da un lato non ha dato a Bersani un incarico pieno e non gli ha quindi consentito di andare a sbattere contro il muro della sfiducia alle Camere (il segretario del Pd nonché premier preincaricato è talmente innamorato dell’idea di presiedere un governo monocolore Pd-Sel, che sogna ancora di riuscirci grazie a un pugno di grillini e a una fetta di Scelta civica). Dall’altro, Napolitano non avalla la convinzione di Berlusconi che dopo il rifiuto di Bersani a un governissimo con il Pdl si debba per forza tornare al voto (i sondaggi danno il Pdl in forte crescita).

Ma adesso, finalmente, anche Matteo Renzi sembra aver rotto gli indugi ed essersi deciso a dire basta alla megalomania petulante di Bersani, e di fatto sostiene quello che sta dicendo Berlusconi: o governo di larghe intese, o voto. E Bersani per tutta risposta decide di andare da Monti. Prendere una qualche iniziativa. Vorrebbe occupare tutte le caselle istituzionali, dalle presidenze delle Camere al Colle, passando per Palazzo Chigi. E con quel suo fare di fragile capofila di una vecchia sinistra che non arriva neppure a un terzo dei consensi degli italiani, vorrebbe conquistare il banco. Va da Monti per sfuggire a questa impressione, avvalorata dall’uscita di Renzi.

Il vero scoglio di Bersani sembra essere allora proprio il Quirinale. Non dimentichiamo che Giorgio Napolitano è stato per anni, forse decenni, il punto di riferimento di una sinistra riformista, “migliorista”, aperta alle relazioni internazionali, parzialmente svincolata dalle strettoie d’apparato del Pci. Ed è sempre stato uomo del dialogo e delle istituzioni, anche come ministro dell’Interno. All’interno del suo camaleontico partito (Pci-Pds-Ds-Pd) ha sempre rappresentato una porzione minoritaria a tratti anche mal tollerata da altre fazioni più militanti, più trinariciute. È diventato capo dello Stato perché, pur essendo indicato dalla sinistra, non era sgradito alla destra perché si sapeva che avrebbe svolto la sua altissima funzione con equilibrio maggiore di altri.

Ma avvicinandosi la scadenza del mandato, Napolitano, fino all’ultimo consapevole del suo obbligo di imparzialità, si ritrova improvvisamente e contro la sua stessa volontà calato nel gioco al massacro delle divisioni interne al Pd. E il suo cuore non può che battere per una visione meno faziosa e meno estremista di quella rosso fuoco al limite dell’ottusità ideologica di Bersani, “pappa e ciccia” con Vendola e ora anche genuflessa davanti ai grillini nonostante il loro ostinato, ribadito e assoluto “no”.

Ecco, ci troviamo di fronte a una resa dei conti dentro il Pd, dove Bersani lavora per quello che definisce “il cambiamento”, ma che in realtà coincide con la vittoria dei colonnelli e di se stesso, a dispetto della sostanziale sconfitta nelle urne, e dove invece Renzi si trova nella scomoda situazione di dover sopportare una linea suicida e irresponsabile. E con Napolitano che deve tenere il punto della sua guida “quirinalizia” estranea al gioco delle parti, ma che al tempo stesso è stato (e in qualche modo è ancora) il campione di una sinistra pre-renziana molto diversa da quella degli eredi del Pci sovietizzante, e lontanissima dalla sinistra di movimento 5 stelle, di Rete e di no-Tav fautrice della decrescita felice.

© Riproduzione Riservata

Commenti