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Matteo al ballottaggio straccia la vecchia sinistra e ridicolizza Grillo e il PdL

Renzi al secondo turno nelle primarie contro Bersani. Ora tutti, persino i grillini, devono fare i conti con "il ragazzetto". Lo speciale sulle primarie

Matteo Renzi, sindaco di Firenze

– Credits: Matteo Renzi, premier - ANSA FOTO

E adesso come si fa? Matteo Renzi ha ottenuto un risultato così importante nel centrosinistra, da candidarsi idealmente a battere qualsiasi avversario (di destra, di centro, di sinistra) nelle politiche, in virtù della sua capacità di parlare a tutti gli italiani, al di là di etichette o gabbie ideologiche. Solo che, se Bersani prevarrà al secondo turno delle primarie di centrosinistra, questo sarà impossibile. Di più: se il segretario del Pd vincerà domenica, Silvio Berlusconi avrà una ragione in più per tornare in campo. Contro Renzi, nessun candidato del centrodestra, anche il più carismatico, avrebbe la minima chance di vittoria. Contro Bersani un barlume di speranza c’è.

Matteo aveva l’intera sinistra e praticamente tutto l’apparato del partito contro. E quale partito! Il Partito democratico, l’ultimo sopravvissuto al terremoto dell’antipolitica. Matteo ha portato avanti con testardaggine la sua sfida sul campo di battaglia più difficile. Oggi il sindaco di Firenze conta nei fatti, non solo nelle parole. Conta e si farà valere, questo è sicuro. Aveva, contro, tutto il gotha di un partito che è l’erede del PCI, che si è trasformato in PDS, DS, infine in Partito democratico, mantenendo però sempre la sua connotazione di sinistra. Renzi è andato oltre. I suoi 37 anni branditi come una bandiera non hanno solo un significato anagrafico (che sarebbe comunque rivoluzionario in un paese di dinosauri aggrappati a privilegi e clientele come il nostro). Sono una promessa di cambiamento. Generazionale ma non solo. Di ricambio della classe dirigente. Con un nuovo linguaggio della politica. E di rottura dei tabù. Di superamento del provincialismo italiano rinchiuso in gabbie ideologiche arrugginite nello stanco esercizio del potere.

Fino a ieri, Renzi era solo una possibilità. Oggi è un’alternativa. Le parole di Beppe Grillo sulle primarie del centrosinistra come “ennesimo giorno dei morti della Seconda Repubblica” , improvvisamente suonano vecchie, false, lontane. Piene di livore. Metalliche, atone come tutte le parole sul web, prive del tono vivo della voce dello sfidante che scende in campo, per strada, nelle città, nei teatri, senza dover fare la sceneggiata delle nuotate nello Stretto per poi andare nelle piazze siciliane a replicare stancamente lo stesso copione comico imparato a memoria in un villone della riviera ligure.

Oggi è possibile ragionare a freddo sui tanti tavoli sui quali Renzi, assistito da uno staff giovane e professionalmente valido, ha costretto gli avversari, visibili e invisibili, a far vedere le loro carte. I bluff.

Il tavolo del Partito democratico. Pier Luigi Bersani, il segretario, il capo del partito, il padrone dell’apparato, l’uomo cresciuto nella rossa Emilia, ha dovuto accettare la sfida del guanto renziano. Ha fatto la sua battaglia e, pur di ottenere una legittimazione piena nella corsa a Palazzo Chigi, si è sottoposto al confronto interno ed esterno. Ma non è riuscito a conquistare neppure la metà dei voti. Nel frattempo, la campagna di Matteo ha portato alla rottamazione di fatto di alcuni big: Walter Veltroni, che ha avuto il merito di capire che cosa stava succedendo e con intelligenza ha precorso i tempi annunciando di non ricandidarsi; D’Alema, tramortito e affondato dalla decisione di Veltroni, e Rosy Bindi che ieri in tv ha detto “i candidati li deciderà il partito, di certo non Renzi”, e Franco Marini, suicida con una frase che sarà spesso ripetuta in questi giorni (“Le liste le faremo noi, non lasceremo mica mettere bocca al ragazzetto”). Ma tutti ora dovranno fare i conti con “il ragazzetto”, anche nella scelta dei candidati e delle liste. E, soprattutto, cosa che per gli italiani è ancora più importante, dovranno fare i conti col “ragazzetto” sui programmi. Sulla linea politica. Insomma, la sinistra-sinistra è morta.

Il tavolo della sinistra. Il risultato di Matteo dimostra che la finalmente la vecchia sinistra è finita. La sinistra dei sindacalisti trinariciuti. La sinistra dell’antifascismo militante che spacca in due l’Italia. L’idea anacronistica di una sinistra di classe che esclude qualsiasi apertura liberale. La sinistra che a parole disprezza il denaro (Bersani) ma poi lo usa, lo gestisce, lo riverisce (l’Unità, quotidiano del PD, con l’avallo di Bersani ha un editore i cui soldi derivano dal rientro in Italia dal Liechtenstein di centinaia di milioni scudati grazie a Tremonti).

Il tavolo del PdL e della destra. Queste primarie del centrosinistra volute fortissimamente da Renzi rendono eclatante, quasi penoso, il divario tra uno schieramento capace di mettere in piedi una consultazione popolare e democratica, e richiamare così alla partecipazione milioni di italiani, e lo spettacolo indecente di un centrodestra prigioniero dei propri veleni, della propria incapacità di proposta, dei propri feudi di potere acquisiti e ormai perduti, della propria modestia culturale (almeno fino a questo momento).

Il tavolo dell’antipolitica e del giustizialismo. L’Italia ha prodotto il vero antidoto a Grillo, questo virus telematico capace di distruggere ma non di ricostruire (i valori, la forza, l’economia, l’autorevolezza dell’Italia). E poi, forse per la prima volta da molti anni, i magistrati non hanno potuto metter bocca nella competizione politica. La distorsione giustizialista delle toghe rosse (che esistono) non ha potuto attecchire nel confronto Bersani-Renzi. E anche questo è rivoluzionario.  

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