Esteri

Marò, chi ha "sequestrato" Latorre e Girone?

Dietro il fermo dei due fucilieri in India, dove si trovano da oltre 18 mesi, ci sarebbero corruzione, manipolazione di prove e ambizioni di due potentissimi uomini politici indiani

Nella foto i due marò italiani fermati e portati inizialmente in carcere, poi presso l'Ambasciata italiana a New Dehli, dove si trovano tutt'ora, a oltre un anno e mezzo dall'inizio della vicenda. Credits: Getty Images.

Mentre gli occhi del mondo sono tutti puntati sulla Siria e sul possibile imminente attacco militare, in India i giorni passano senza che apparentemente nulla accada. Almeno per i due fucilieri di Marina Salvatore Girone e Massimiliano Latorre. Dal giorno del loro fermo ne sono passati esattamente 564, più di un anno e mezzo dall'incidente al peschereccio St. Anthony al largo delle coste del Kerala, nel quale morirono due pescatori indiani, il 15 febbraio 2012. Da allora è iniziata l'odissera per i due marò che attendono ancora che la giustizia indiana si pronunci sul caso, sulla giurisprudenza e sulle responsabilità che gli vengono attribuite. Ma da chi?

Nuovi documenti e studi approfonditi sulla vicenda, condotti da Stefano Tronconi, non lascerebbero dubbi. Il "sequestro" di Girone e Latorre - come viene definito dallo stesso Tronconi, che da tempo si sta occupando del caso, arrivando a smontare le presunte prove contro i due militari italiani - sarebbe opera di due potentissimi esponenti politici indiani: Oommen Chandy e A.K.Antony. Il primo è l'attuale primo ministro del Kerala, già coinvolto in diversi casi di corruzione e scandali. Il secondo è invece l'attuale ministro della Difesa indiano, nonché predecessore dello stesso Chandy alla guida dello stato del Kerala e del Partito del Congresso locale.

Secondo quanto ricostruito, Chandy e Antony si sarebbero forniti reciproco appoggio e avrebbero sfruttato il "caso marò" per trarne vantaggi ai fini della loro stessa carriera politica. "L'idea del sequestro dei militari italiani - spiega Tronconi - sarebbe nata nella mente di Chandy il giorno successivo al supposto incidente in mare quando il primo ministro del Kerala si ritrovò con una nave italiana ancorata in porto, un governo italiano fin dall'inizio in posizione servile ed una nave greca (presunta responsabile dell'incidente che ha coinvolto il peschereccio indiano St. Anthony) ormai lontana ed in acque internazionali. E' a quel punto che il primo ministro del Kerala si rende conto che gli 'italiani' rappresentano una vera occasione d'oro da strumentalizzare per vincere le elezioni locali che altrimenti avrebbe rischiato di perdere". Da qui sarebbero seguite una serie di manipolazioni di prove per cercare di coprire gli "errori" commessi dagli inquirenti indiani e attribuire la colpa dell'incidente alla petroliera italiana che imbarcava gli uomini del San Marco in servizio antipirateria.

Le tre mosse delle autorità locali sono state: 1) far sparire la documentazione originale relativa all'incidente (che però, grazie a internet, è stata interamente recuperata alcuni mesi fa); 2) esercitare forti pressioni sul proprietario del St. Anthony, Freddy Bosco, che in in primo tempo in una intervista disponibile su youtube aveva dichiarato che l'incidente era avvenuto alle 21.30, salvo poi ritrattare e sostenere che invece i fatti sarebbero avvenuti alle 5 del pomeriggio, in un orario compatibile con quello in cui la Enrica Lexie denunciò di aver incontrato dei pirati; 3) imporre il silenzio sul caso, tramite un'ingiunzione, al prof . Sasikala, il medico legale che effettuò l'autopsia sui due pescatori vittime dell'incidente e che dichiarò che il proiettile estratte era di calibro incompatibile con le armi in dotazione ai militari italiani.

Al lavoro della Guardia Costiera, che avrebbe anche modificato la zona in cui sarebbe avvenuto l'incidente, facendola ricadere nelle acque territoriali indiani (a 12 miglia dalla costa, invece che a 20) ha anche contribuito la donazione ai familiari delle vittime dell'incidente, da parte dello Stato italiano, letta come un'ammissione di colpa, però mai giunta nè provata. Non solo. Da New Dehli, dove si trova Antony, arriva un sostanziale aiuto al collega di partito Chandy: "E' così che l'avvocato dello Stato inizialmente incaricato a Delhi di seguire la vicenda, avvocato che davanti alla Corte Suprema indiana afferma senza mezzi termini che quanto sta avvenendo in Kerala con il sequestro della nave e dei militari italiani è del tutto illegale, viene immediatamente sostituito con un altro avvocato pronto docilmente a seguire le direttive politiche del clan del Kerala" spiega Tronconi.

Se Chandy muove le fila dal Kerala, l'azione di Antony fa il resto, forte della sua influenza: nel 2012 l'Indian Express lo ha collocato tra i 10 più potenti indiani dell'anno. L'ultima tegola caduta sulla testa dei fulieri del San Marco è stata la decisione del ministro degli Interni, Sushilkumar Shinde, di coinvolgere l'agenzia anti-terrorismo - NIA - nelle indagini, anziché la polizia ordinaria – CBI -, di fatto alungando nuovamente i tempi della vicenda.

In questo contesto, con i ministri della Difesa e degli Esteri italiani, Mauro e Bonino, impegnati sul "fronte siriano", non resta che attendere: "Il sistema giudiziario indiano non può ormai offrire più alcuna garanzia ai nostri due militari dopo le pessime prove fornite" conclude Tronconi.

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