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Monti, da tecnico a politico (a modo suo)

Parla ai partiti, non agli elettori, attacca Berlusconi, ma non lo scarica. Ed è in campo: ecco la sua agenda

L'ex Presidente del Consiglio, Mario Monti (Credits: LaPresse)

E se Mario Monti finalmente si rivolgesse agli italiani invece che ai partiti e ai poteri forti o comunque costituiti? Il senso della sua bella conferenza stampa è che non intende schierarsi con nessuno, ma vorrebbe continuare a fare il presidente del Consiglio sulla base di un programma stavolta non solo puntato sul risanamento e il salvataggio finanziario del Paese, ma su crescita, occupazione, giustizia, abbattimento dei costi della politica e in generale (anzi, soprattutto) sul cambio di mentalità degli italiani per essere più competitivi nel mondo.

Cambio di mentalità che passa anche attraverso una diversa visione della donna, non più umiliante, e sulla spinta a fare più bambini. Non c’è destra o sinistra nel suo discorso, non c’è indulgenza alle contrapposizioni classiche. Il leaderismo uccide la politica, bisogna tornare ai contenuti. C’è uno stile anglosassone che non è il nostro, anche nel fare polemica con gli altri. Verso Berlusconi, per esempio, prova “gratitudine e sbigottimento”. Gratitudine perché senza Berlusconi non ci sarebbe Monti premier, sbigottimento perché confessa, Monti, di non riuscire a seguire la “linearità di pensiero” del Cavaliere. Linearità in particolare rispetto all’operato di Monti stesso: stiamo peggio oggi di un anno fa e il governo tecnico ha prodotto un disastro, ha detto Berlusconi, ma edulcorando la critica con l’appello al Professore a guidare i moderati. Il centrodestra.

Lo stesso Professore, però, argomenta in modo se non contraddittorio, in modo confuso quando si candida, offre un programma e dice che valuterà eventuali proposte di leadership di un fronte basato sulle cose da fare, a capo di una sorta di “unione dei riformatori” attorno allo slogan “cambiare l’Italia, riformare l’Europa”, e però non dice come concretamente la farà, questa campagna elettorale.

Non si espone in prima persona rispetto agli italiani. Si offre ai partiti, non agli elettori, o agli elettori solo per il tramite dei partiti. Vuol essere super partes ma al tempo stesso scendere (o salire) nell’agone. Come farà. Ma come farà? A domanda precisa, risponde “non ne ho la minima idea”. È l’unico interrogativo al quale confessa di non sapere assolutamente rispondere. Ma è anche la domanda fondamentale. Perché riguarda la dialettica democratica, la competizione elettorale, il confronto delle idee. È su questo piano che la prudenza di Monti diventa ritrosia ad accettare il gioco democratico. La sua stessa impopolarità, o meglio l’impopolarità della sua politica soprattutto fiscale (vedi l’Imu), gli suggerisce forse di non esporsi troppo. Eppure dovrà farlo.

Monti lo ha ammesso: le pressioni di partiti diversi all’interno di quella “strana maggioranza” che lo ha sostenuto per un anno, “hanno impedito di fare meglio”. Adesso si tratta di andare verso un governo di legislatura con una piena investitura politica. E alla domanda finale su cosa farebbe se Berlusconi accettasse la sua agenda erga omnes (verso tutti), il Professore risponde che non si considera “super partes” ma “extra partes” e quindi “tutto può accadere”.

La palla adesso passa al centrodestra e la domanda è la stessa: appoggerà Monti? Perché se lo appoggiasse, se il PdL riuscisse a superare le proprie divisioni e a decidere di vincere il 24-25 febbraio, o meglio far vincere i moderati contro una sinistra spostata ancora più a sinistra dalla sconfitta di Matteo Renzi e dall’alleanza con Vendola, ci sarebbe ancora la possibilità di un governo che non fosse consegnato a una vecchia sinistra conservatrice o alla precarietà di una maggioranza tecnica o grande coalizione che ancora una volta impedirebbe di fare il meglio, per l’Italia.

La conferenza stampa di Monti dimostra solo che i giochi e le alleanze non sono ancora chiusi. L’unica certezza è che il Professore è in campo.

ps. Leggi qui la sua agenda

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