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Ma quanto è fumoso Bersani

L'intervista odierna al Corsera dimostra che la sinistra italiana manca ancora di un vero leader

bersani

Come definire l’intervista di Pier Luigi Bersani sul “Corriere della Sera ? Il segretario del Partito democratico voleva forse offrire ai suoi potenziali (e)lettori un’introduzione a quella che sarà (o è già) la campagna elettorale della rivincita “democratica” su Silvio Berlusconi. Un’intervista in parte programmatica, nella quale si evocano temi e alleanze senza approfondirli, in parte invece grossolanamente populista nel momento in cui il leader del Pd liquida con supponenza e disprezzo la ridiscesa in campo del Cavaliere (“Vorrei tranquillizzare tutti: Berlusconi non vincerà. Né vogliamo passare mesi a pane e Berlusconi, con le sue donne e i suoi processi”). Trascura, Bersani, il piccolo particolare che Berlusconi ha già mandato al tappeto e poi in soffitta, attraverso libere elezioni, nove leader del PDS-DS-PD e coalizione annessa, da Achille Occhetto (chi se lo ricorda?)  a Rutelli e Veltroni. Le gioiose macchine da guerra “democratiche” si sono via via schiantate, con l’eccezione di quella di Romano Prodi. E sottovaluta, Bersani, il fatto che Berlusconi è il punto di riferimento carismatico di una buona parte del centrodestra. Attaccarlo con accenti grillini che rimestano nel gossip e nei faldoni giudiziari non depone a favore di un’immagine da sereno candidato democratico alla guida del Paese, pronto a confrontarsi sui dossier. Sui “problemi reali”.

Come definire, allora, l’intervista? La prima impressione è quella di una intervista “didascalica”. Elementare e approssimativa nell’indicazione dei temi. Bersani dice di saper già cosa farebbe appena messo piede a Palazzo Chigi, dove metterebbe le risorse, “negli investimenti che portano subito lavoro e innovazione: ossigeno agli enti locali per le piccole opere, casa, efficienza energetica, agenda digitale”. Il primo vero provvedimento, però, riguarderà “il diritto dei figli di immigrati nati qui e che studiano qui in Italia a chiamarsi finalmente italiani”. Personalmente sottoscriverei in pieno quest’ultima proposta. Anzi, sarebbe ora. Ma dubito che nello stato d’emergenza in cui ci troveremo la prossima primavera possa essere questa la cifra caratterizzante di un governo di salvezza nazionale (di piccole o larghe intese che siano).

Di sostanza, nelle parole di Bersani, ce n’è poca. C’è, invece, una buona dose di ambiguità loffia nei confronti dell’attuale presidente del Consiglio, Mario Monti. Che Bersani vede come potenziale avversario pur essendo Monti il premier sostenuto dal capo dello Stato e, in Parlamento, in modo determinante dai democratici. Bersani con lui è meno didascalico-populista e più sottile, al limite della perfidia. Dice di sostenerlo con lealtà, ma che ha commesso errori, che la sua  maggioranza “non è univoca”, che bisogna smetterla di chiedersi che cosa ci sarà dopo Monti, visto che ci sarà un confronto tra centrodestra e centrosinistra, e insomma è implicito: ci sarà Bersani (fa capire Bersani). Che poi attacca il Professore sulla spending review e sui tagli alle amministrazioni locali. Bersani tradisce la sua estrazione di partito e risulta poco rassicurante anche rispetto ai mercati, perché gran parte del “buco” italiano sta proprio nei bilanci disastrati di alcune regioni. Del resto, Bersani stesso deve riconoscere che l’aumento dello spread, il differenziale dei titoli italiani rispetto a quelli tedeschi, non è imputabile tutto al governo (anche al prossimo, evidentemente). Ammissione candida, che contraddice la campagna del PD nello scorcio finale di governo del Cavaliere.

Non si capisce, infatti, perché allora l’incremento dello spread dovesse essere tutto colpa di Berlusconi. Bersani vede concretamente la possibilità di conquistare la maggioranza nel 2013, ma i suoi programmi sono fumosi e il suo entusiasmo risulta meno innovatore di quello dell’ex leader Veltroni, molto vicino invece nello spirito e nel tono a quello di eccessiva sicumera che costò a Occhetto, più ancora della sconfitta, un’umiliazione che resta negli annali della storia d’Italia. Meglio avrebbe fatto Bersani a puntellare la propria credibilità assumendosi con coraggio l’onere di fare quello che sta cercando di fare Monti, oppure andare a elezioni anticipate, invece di mandare avanti i tecnici su misure “lacrime e sangue”, salvo poi frenarli all’occorrenza per non perdere consenso nelle proprie tradizionali fasce sociali. E intanto offendere gli avversari, invece di confutarli.

L’intervista al “Corriere” conferma l’impressione che l’Italia manchi di un vero leader a sinistra, non un uomo della provvidenza ma un uomo di Stato e di governo coraggioso, forte delle proprie idee. Capace di parlare a tutti.  

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