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L'ultimo sfregio alla libertà

La Camera dei deputati fa gli esami di riparazione. Tra i numerosi provvedimenti rinviati a settembre c’è anche quello sulla diffamazione

L'ultimo sfregio alla libertà

– Credits: Getty Image

E’ un po’ come stare al luna park. Immaginate di vedere in un punto del parco divertimenti un nugolo di persone talmente numeroso da impedirvi di leggere l’insegna dell’attrazione che tanto li affascina. È il chiosco del tiro al bersaglio dove la folla sgomita per vincere il fantastico premio: lo scalpo di Silvio Berlusconi. A questo si è ridotto il compito della Giunta per le immunità del Senato, presidio parlamentare di altissima valenza garantista non a caso paragonato a organo giurisdizionale: è diventato un luna park dove giudici travestiti da politici e politici che scimmiottano i magistrati canzonano il diritto. Nessuno chiedeva alla Giunta l’impossibile, e cioè rifare il processo sui diritti tv (dove comunque l’illogicità trionfa, come potete leggere nell’articolo a pagina 64) e quindi trasformarsi in un assai improbabile giudice di quarto grado. La Giunta doveva fare semplicemente il suo lavoro: verificare se la legge Severino fosse applicabile al senatore Berlusconi e prendere atto che costituzionalisti di ogni età, formazione culturale e dichiarata appartenenza politica lontana dal Pdl (vedi Valerio Onida e Luciano Violante, non a caso crocifissi a sinistra per la loro posizione) nutrivano poderosi dubbi, al punto da ritenere doverosa o comunque auspicabile una pronuncia chiarificatrice della Corte costituzionale.

Si chiama rispetto delle regole e delle istituzioni, prima ancora che buon senso. Si badi bene: il destino parlamentare del Cavaliere è comunque segnato, anche in presenza di una decisione della Consulta a lui favorevole. E questo perché, tra poco più di un mese, la Corte d’appello di Milano rideterminerà il periodo di interdizione dai pubblici uffici: l’effetto immediato, dopo il sigillo della Cassazione, sarà comunque l’addio forzato a Palazzo Madama. Anche perché il presidente della Repubblica, in modo assai singolare visti i precedenti da lui stesso avallati (è il caso della grazia concessa al colonnello latitante Joseph Romano, condannato a 7 anni e all’interdizione perpetua eppure ripulito da tutto), ha escluso nella sua nota del 13 agosto l’estensione di un eventuale provvedimento di clemenza – che peraltro Berlusconi non ha alcuna voglia di chiedere – alla pena accessoria qual è appunto l’interdizione.

Davanti a uno scenario così ben definito il Partito democratico, piuttosto che battere la strada maestra del rispetto delle regole, ha scelto di percorrere quella polverosa e oltraggiosa del palio, della corsa a chi potrà vantare di aver decapitato per primo Berlusconi. Una sinistra imbelle e senza nerbo, terrorizzata dagli schiamazzi dei militanti alle feste dell’Unità, ha tradito ancora una volta il principio dell’uguaglianza di tutti i cittadini compreso l’odiato Cav. e ha preferito farsi tagliagola.

È la sinistra che diventa lupo e che si fa ricacciare nell’ovile del giustizialismo dal grillismo e dal travaglismo, i due fattori che hanno determinato il caos all’interno del Partito democratico. Che è un partito sfasciato, alla deriva e senza identità e che per questo è costretto a rincorrere, anche se «spompo», quelli che insidiano il proprio elettorato. Ancora una volta l’unico collante che si è trovato per tenere insieme i cocci della «ditta» è stato l’antiberlusconismo, l’avversione storica all’uomo che da vent’anni ha rovinato i loro sogni di egemonia politica e culturale sull’Italia. Bisognava dare dimostrazione, di fronte all’incalzare della canea forcaiola di Repubblica e del Fatto, di averetaglia «perinde ac cadaver». Fino alla parola fine.

Uno scempio. Anche perché chi poteva richiamare i compagni di partito alla ragione e all’interesse superiore del Paese ha preferito non farlo o voltarsi dall’altra parte. Il presidente del Consiglio Enrico Letta, con altezzoso distacco, non è sceso dalla nuvoletta semantica dove si era rifugiato. Avrebbe potuto pronunciare parole di buon senso, insistere sull’assoluta inutilità di mortificare il ruolo della Giunta dal momento che gli eventi – Casson o non Casson – faranno il loro corso e costringeranno Berlusconi a lasciare lo scranno parlamentare.
Il premier si sarebbe potuto rivolgere alla sua gente per rassicurarli: «Compagne e compagni, stiamo facendo tutto alla luce del sole.

Non ci sono inciuci da nascondere o compromessi indicibili da preservare, ma non bisogna dare alibi a Berlusconi e per questo è giusto che il più alto presidio giudiziario del nostro Paese, cioè la Corte costituzionale, dica una parola definitiva». A Letta è chiaro che umiliando Berlusconi si umilia tutto il Pdl, principale alleato nel governo delle larghe intese. E questo perché il Cavaliere non è politicamente un senatore come tutti gli altri, vale circa 10 milioni di voti e rappresenta (incarna, stavo per dire) il centrodestra moderno nel Paese. Far finta di non saperlo o rifiutare questo assioma lapalissiano equivale a non guardare la realtà.

La stessa realtà che oggi dice inequivocabilmente che, come previsto da tempo, solo l’ossessiva tenaglia giudiziaria è riuscita a mettere all’angolo il Cavaliere laddove sul terreno della battaglia politica il partito più rappresentativo della sinistra – dai Ds in poi – ha sempre dovuto chinare il capo e rassegnarsi alla sconfitta. Il Pd, oggi, non ha resistito al richiamo della foresta e ha sacrificato un’altra fetta di sovranità popolare alla logica di chi usa l’arma giudiziaria per mettere all’angolo le ragioni della politica.

La democrazia non meritava quest’ultimo sfregio. Con quale coraggio, da ora in avanti, la sinistra italiana potrà sostenere davanti agli elettori di essere una moderna forza riformatrice? Potrà solo raccontare la storia di una grande pena: di ciò che avrebbe potuto essere e non è stato.

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