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Egregio Letta, le scrivo

Ha detto che i giovani devono emigrare all'estero con il biglietto di ritorno in tasca: è Suo dovere creare le condizioni perché questo avvenga

Enrico Letta

 

Egregio presidente Letta,

Le scrivo da padre di due ragazze in partenza per l’America.

Qualche giorno fa lei ha detto, al Meeting di Comunione e Liberazione, che è bene che i giovani vadano a fare un’esperienza all’estero, a patto che ci vadano col biglietto di ritorno. Parole belle, che fanno pensare. I ragazzi devono aprirsi. Spiccare il volo. Peccato, però, che le parole non bastino. Ci vogliono i fatti. Ci vuole una rivoluzione culturale. Ci vuole che non ci si limiti a dire: partite con in tasca il biglietto che vi riporterà a casa.

C’è un mondo che si confronta col nostro e che ci ha superato, scalzato. I nostri figli, partendo, scoprono che esiste un altro modo di farsi valere che non sia la raccomandazione.

Oh, sì, lei dirà che tutto il mondo è paese, non bisogna flagellarsi e pensare che i figli di papà siano un’esclusiva italiana. Il problema è che da noi la spintarella non è uno degli elementi di successo ma il cuore, il motore (o, meglio, il freno) di tutto. La bravura conta poco. La conseguenza è che il sistema è strutturato in funzione del privilegio, non dell’efficienza. Una volta nell’ingranaggio, gli avanzamenti successivi (a differenza che negli Stati Uniti) sono il frutto di “do ut des” familistici o politici.

A che serve allora investire nella bravura? Cioè nella cultura, nella ricerca, nell’istruzione? Infatti, da decenni non s’investe.

Si dà il caso che io abbia due figlie gemelle di 16 anni. Silvia si trova da qualche giorno in una fattoria del Maine, Stati Uniti. Frequenterà un anno di high school, il nostro liceo. Elena, la sorella, è in partenza anche lei. Per il Connecticut. Entrambe hanno in tasca il biglietto di ritorno.

Ma, caro presidente, non è importante partire col biglietto di ritorno, lo è non dover abbandonare l’Italia per sviluppare le proprie potenzialità e realizzare i propri desideri. Cioè per usarlo, quel biglietto di ritorno. Le dico cose che lei sa bene, essendo pure lei un ragazzo cresciuto all’estero. La high school pubblica che frequenterà Silvia nel Maine (negli Stati Uniti generalmente peggiore delle private) è un liceo di provincia, di campagna, appena ristrutturato con 64 milioni di dollari. Sì, 64, pari a 48 milioni di euro. C’è di tutto, dai campi sportivi all’auditorium, dai laboratori nuovi fiammanti alla banca... La scuola che dovrebbe frequentare Elena ha una biblioteca per meno di 400 studenti con 10mila volumi, una cavea per socializzare, campi di hockey e calcio, piscina, un teatro professionale...

Le scuole pubbliche, come lei sa, negli Stati Uniti sono finanziate a livello locale. Anche da tasse come l’Imu. La differenza è che l’Imu americana è federalista, serve non a sovvenzionare gli sprechi e la spesa pubblica, ma a migliorare i servizi e le scuole, e qui sta la sua equità.

I ragazzi avranno a disposizione ogni mezzo. La loro preparazione sarà valutata secondo criteri competitivi (esattamente come i loro insegnanti).

Che lei dica semplicemente “ragazzi, andate pure all’estero ma tornate”, senza spiegare perché dovrebbero tornare, senza offrirgli una sola ragione per inibire il desiderio di spiccare il volo verso paesi governati in modo più decente del nostro (ovviamente mi riferisco non a lei o al suo governo, ma al sistema Italia), lo trovo insufficiente. Vede, nella scuola italiana delle mie figlie, nel loro anno di corso sono almeno dieci i ragazzi partiti o in procinto di partire Stati Uniti, Gran Bretagna, Canada. Quasi un boom.

 Quei ragazzi hanno tutti il biglietto di ritorno. Ma non ce n’è uno che non abbia messo in conto di emigrare.

Grazie dell’ascolto.

   

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