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Le nomine Rai al tempo di Beppe Grillo

Benedetta Tobagi e Gherardo Colombo sono persone degnissime. Ma che cosa centrano con la tv pubblica?

Gherardo Colombo, ex magistrato di Mani Pulite, e Benedetta Tobagi, giornalista, figlia di una vittima del terrorismo rosso – Credits: MIDA ANSA

Le nomine al tempo di Grillo. I partiti sono alle prese con l’indicazione dei nomi per il Consiglio d’amministrazione della Rai, ma il fiato sul collo dei Cinquestelle impone qualche attenzione in più nelle scelte e soprattutto nel modo di presentarle. Non è più “politicamente corretto”, per esempio, ciò che il PD di Pierluigi Bersani ha fatto fino a ieri per le Authority: limitarsi a comunicare i nomi estratti dal cilindro dell’”area” democratica. Bisogna inventarsi una retorica diversa, un inganno nuovo, un sistema che salvi la faccia (per non usare espressioni più crude ma realistiche) quando già il clima è quello della campagna elettorale. Ecco allora che il segretario del PD si nasconde dietro le indicazioni della “società civile”, individuata e ridotta a quattro associazioni di cui tutti sappiamo l’opera benemerita e al tempo stesso l’orientamento politico (il “Comitato per la libertà e il diritto all’informazione”, “Libera”, “Libertà e Giustizia” e “Se non ora quando”). E così, ecco emergere i nomi di due grandi esperti di televisione, gente che (non) ha dedicato la vita alla Tv, che (non) ha cognomi sconosciuti, che (non) sa come funziona la macchina della Rai, e anche laddove (non) ha conoscenze specifiche (non) può compensare con la certificata formazione economica e la consuetudine coi bilanci. Sì, parliamo di Benedetta Tobagi e Gherardo Colombo. La prima, identificata da tutti i quotidiani come “la figlia di Tobagi”.

Il secondo come “l’ex pm”. Il bello è che naturalmente hanno “dovuto pure mandare”, come ha confessato Colombo, il proprio curriculum. Non sia mai qualcuno possa dire che non è stato il curriculum il motore della scelta, o che nel mare magnum dei curriculum inviati per posta alla Commissione di Vigilanza Rai non vi fossero quelli dei nomi designati dalla “società civile” e sposati con entusiasmo da Bersani quasi fossero “estranei” alla politica. I tempi di voto e approvazione del nuovo Cda dipenderanno, possibile che no?, dall’esigenza di leggere e vagliare tutti, ma proprio tutti, i curriculum arrivati (qualcuno ha sommessamente osservato che non sarebbe stata credibile un’accelerazione dei tempi).

Al sodo, non cambiano le regole e non cambia la governance della Rai. Non cambia la consuetudine di “indicare” i nomi del Cda in base alla loro affidabilità e vicinanza ai leader dei partiti e, ovviamente, al presidente del Consiglio nonché incidentalmente ministro dell’Economia. I partiti meno smagati, come il PDL, continueranno a fornire i nomi che emergeranno da notti di confronto con vaglio finale dei “candidati”. L’UDC è più piccolo, più compatto, il suo nome ce l’ha già e non ha la necessità di nascondersi dietro la retorica della “società civile”. Quanto a Bersani, che aveva avuto i suoi guai quando aveva annunciato di non voler fornire indicazioni - che le nomine le facesse tutte il premier che a noi sta bene e le mani sulla Rai non le mettiamo - alla fine si è dovuto inchinare alla reazione dei “suoi” che gli avevano rimproverato di fare il gioco del centrodestra e di rischiare d’esser preso troppo alla lettera. E i nomi li ha fatti eccome, salvo ammantarli con la retorica dell’antimafia e della “società civile”. Che è un modo ipocrita di mascherare l’ennesima scelta di partito. La prossima volta, per favore, che ci venga risparmiata almeno la sceneggiata dell’invio dei curriculum.

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