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I lacrimogeni e lo sfascio della scuola

Le proteste di piazza degi studenti sono la prova della crisi dell'istruzione italiana

Un'immagine degli scontri tra manifestanti e Polizia (Credits: Fabio Ferrari - LaPresse)

l mondo è cambiato, eccome. I lacrimogeni non sono più quelli di una  volta. Quando scendevi in piazza per protestare te li aspettavi, ti  portavi il limone, soffrivi un po’ e sapevi che negli scontri, se un  celerino riusciva a tirarti fuori dalla mischia c’era una buona dose di  botte da scontare per i sassi che avevi tirato. Una piccola guerriglia  in un confronto che era duro per ammissione di entrambi gli  schieramenti.

Tutto un provocare, subire la carica, fuggire, tornare  indietro, giocare al gatto e al topo. Poi una volta, parliamo degli anni  ‘70, era più facile che la violenza degenerasse e che ci scappasse la  pistolettata. Che non si sapeva mai da che parte venisse. La copertura  mediatica era quelle delle radio militanti, che servivano anche per  organizzare una qualche strategia militare della protesta.

Oggi è  diverso. Ci sono i video amatoriali che possono modificare sul campo  l’immagine dei due schieramenti. Basta una ripresa “indipendente” come  in Val di Susa, che registra la provocazione verbalmente violenta di un  no-Tav a un carabiniere che risponde con la professionalità migliore  dell’Arma: il silenzio, la pazienza, la compostezza. E allora vincono le  forze dell’ordine.

O, al contrario, i video che testimoniano (anche in  senso legale) l’accanimento inutile e controproducente, quindi non  professionale, di un poliziotto che manganella a freddo uno studente  catturato, magari lo stesso che fino a un attimo prima protetto da un  casco illegale aveva tirato sassi che fanno male. Poco importa: la  polizia non può permettersi eccessi e allora è giusto fare indagini ed  eventualmente passare a provvedimenti disciplinari.

Infine, c’è il video  dal quale sembra di capire che addirittura dalle finestre del ministero  della Giustizia siano partiti dei lacrimogeni a pioggia sul corteo in  fuga dei “ragazzi”. Non è un bel vedere, se i palazzi delle istituzioni  si trasformano in fortini dai quali un po’ vigliaccamente qualcuno delle  forze dell’ordine che neppure si vede in faccia spara dritto sugli  studenti in fuga lacrimogeni tutt’altro che innocui. Poi, però, con la  lentezza anche quella poco professionale della risposta mediatica da  parte della polizia, della Questura e dei ministri, scopri che forse  quelle scie di fumo erano solo l’effetto a pioggia del rimbalzo di un  lacrimogeno sparato in alto, “a parabola”, che ha colpito il tetto  ministero ed è ricaduto in basso come un fuoco d’artificio mal gestito.

Tutto  questo serve a non capire i dati di fondo della protesta. Una protesta  alimentata anche da una strumentalizzazione partita nelle classi, spesso  a opera di insegnanti che hanno cercato di coinvolgere studenti e  genitori in una contestazione incattivita più dalla prospettiva di dover  lavorare più ore a scuola, che non dalla penuria di risorse e dal  degrado dei mezzi messi a disposizione per insegnare.

A cos’altro  puntava la cosiddetta “didattica essenziale”, consistente nel limitare  l’impegno degli insegnanti trasferendo in classe la correzione dei  compiti e riducendo spiegazioni e altre attività didattiche? Molti  professori, per amor proprio e amore del proprio lavoro, in teoria hanno  aderito allo “sciopero bianco”, in realtà hanno continuato a svolgere  il loro dovere. Ecco, dietro la cortina fumogena di manganellate e  lacrimogeni (o bastonate e lancio di sassi al riparo di anonimi caschi  da motorino), c’è lo sfascio di un sistema scolastico in cui gli  studenti, per una volta, hanno responsabilità inferiori a quelle dei  loro insegnanti e di una politica del governo che non è in grado, da  decenni, di valorizzare la formazione. Anche così l’Italia scivola più  in basso. Lacrimogeni a parte, sono e saranno lacrime per tutti.

E fughe all’estero.  

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