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Prefetto Iurato, chieda scusa

Il Prefetto ha finto di piangere davanti alle macerie dell'Aquila, come altri potenti. Un gesto che non ha giustificazioni

Il Prefetto, Giovanna Iurato, davanti alle macerie della casa dello studente (Credits: ansa)

Il prefetto Giovanna Iurato chieda scusa. In realtà, non ci sorprende del tutto che le sue lacrime per i morti dell’Aquila potessero esser finte. Il potere è cinico per definizione e, a volte, per dovere d’ufficio. A questo punto, però, è un dovere anche chiedere scusa.
I fatti.

Scopriamo da un’intercettazione che la Iurato rise al telefono con un collega, che rideva pure lui, delle lacrime versate davanti alla Casa dello Studente. Otto ragazzi rimasero sepolti sotto le macerie. Erano morti e lei fingeva di piangerli. Così, almeno, si evince dalla conversazione.

Il 28 maggio 2010, poco più di un anno e mezzo dopo il terremoto, la Iurato sta al telefono con Francesco Gratteri, allora capo della Direzione anticrimine del ministero dell’Interno (avrebbe lasciato per la condanna a 4 anni nella vicenda della Diaz a Genova). Gli racconta che arrivata come prefetto a L’Aquila il padre, “uomo di mondo”, le consigliò “appena metti piede in città subito con una corona vai a rendere omaggio ai ragazzi della Casa dello studente”.

Giovanna è una brava figlia, esegue:

“Mi pigliai, mi caricai questa corona e la portai fino a…”.

Gratteri la precede: “Ti mettesti a piangere… sicuramente!”.

Iurato: “Mi misi a piangere”.

Gratteri: “Ovviamente, non avevo dubbi (ride)”.

Iurato: “E allora subito… subito… lì i giornali: ‘Le lacrime del prefetto’”.

Gratteri: “Non avevo dubbi (eh eh ride)”.

E la Iurato: “Ehhhhh (scoppia a ridere) i giornali: ‘Le lacrime del prefetto’”.

Ci manca il tono del botta e risposta. Forse immaginarlo è anche peggio. La trascrizione sembra inequivocabile, induce perfino a considerazioni che potrebbero rivelarsi ingiuste: il fastidio per il peso di quella corona di fiori, il disprezzo e la soddisfazione per la stampa caduta nel tranello di quelle finte lacrime, la mancanza di pietà per le vittime.

Un cinismo mediatico e di potere, diverso ma non dissimile nell’orrore che provoca da quello di Francesco Piscicelli, l’imprenditore che la notte stessa del sisma esulta all’idea dei guadagni che si potranno ricavare dal terremoto. “Io ridevo stamattina alle 3 e mezzo dentro il letto”.

Ma le lacrime delle istituzioni sono per certi versi più tristi. Perché le istituzioni dovrebbero stare vicine ai cittadini, specialmente i prefetti che ne rappresentano il volto ufficiale e il braccio operativo. Sembra quasi che la Iurato sia indotta dal clima della conversazione a risate delle quali ci auguriamo che si sia pentita che nel momento stesso in cui si atteggiava a cinica, avvertendo quanto fossero fuori luogo. Ma questo non possiamo saperlo, possiamo solo sperarlo.

Il fatto è che non c’è nulla di male ad avere la consapevolezza dell’effetto e anche dell’efficacia mediatica della commozione, quando si vestono i panni di esponente delle istituzioni. Vogliamo davvero pensare che fossero del tutto sincere le lacrime del ministro Fornero all’annuncio del taglio alle pensioni degli anziani? O quelle del presidente Obama davanti alle tv dopo la strage dei bambini nella scuola del Connecticut un mese fa?

Personalmente credo che quelle lacrime fossero sincere, specialmente quelle di Obama, ma né alla Fornero, né tanto meno al presidente degli Stati Uniti poteva sfuggire in quel momento il messaggio, l’impatto mediatico delle lacrime in diretta tv che implicano coinvolgimento emotivo e, dall’altra parte, apprezzamento per l’umanità del potere. Il prefetto fece bene i suoi conti. I giornali scrissero delle “lacrime del prefetto” come già delle “lacrime del ministro” e poi delle “lacrime del presidente”.

Ci piacerebbe immaginare che oggi il prefetto Iurato versi altre lacrime, di rimorso per quella squallida telefonata col collega Gratteri che le faceva da spalla, lacrime non per le conseguenze di carriera e d’immagine patite per quella intercettazione resa pubblica, ma per la mancanza di pietà (seppure in una conversazione privata). Anche noi giornalisti, spesso, siamo cinici (come, spesso, i medici). Anzi, ostentiamo cinismo e ce ne facciamo quasi vanto. È probabile che ci fosse nella conversazione tra la Iurato e Gratteri quest’elemento dissacrante e iperbolico. Direi, normale.

Vogliamo pensare che nessuno dei due sia in realtà così freddamente cinico, che la loro sia stata una reciproca ostentazione di forza. Un vizio del potere e del dialogo tra potenti.

Però ci aspettiamo da Giovanna Iurato che chieda scusa, pur sapendo che le sue scuse potrebbero essere respinte dai parenti delle vittime che non finiscono di piangere i loro ragazzi. Piangerli davvero.

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