Politica

La storia mai raccontata di Primo Greganti

L'iscrizione al Pci, i viaggi in Germania Est, il silenzio negli anni di Tangentopoli. Una vita mai banale che assomiglia a una spy story con un finale misterioso - Il compagno G con Chiamparino - Greganti in Senato?

Primo Greganti a Palazzo di Giustizia negli anni di Tangentopoli – Credits: ANSA

 

 

“Compagno G”, “Gabbietta”, “Sorgente”, “Idea”, il Pci, i Ds e perfino la Stasi. La vita di Primo Greganti non è stata affatto banale. Sembra di leggere uno di quei libri di spionaggio con un finale che lascia l’amaro in bocca perché i colpevoli rimangono nell’ombra.

Nato a Jesi il 4 febbraio 1944, Primo (di nome e di fatto) di sette fratelli battezzati dai genitori comunisti tutti con i numeri romani “Primo” “Secondo” “Terzo” e così via fino al “Settimo” per evitare rapporti con i santi, insieme alla famiglia, si trasferisce a Torino gli inizi degli anni Sessanta nel pieno boom economico. Entra in Fiat Ferriere dove, tramite il sindacato, si iscrive al Pci nel 1967.

Comincia sin da subito a scalare il partito, diventa prima segretario della sezione Ferriere, e poi della Diciottesima, che è quella della zona Centro. Nel 1975 fa il grande passo entrando in politica e si candida a consigliere comunale di Moncalieri insieme a Sergio Chiamparino, che di lui dirà nel 1993: “Eravamo entrambi sui banchi del consiglio comunale di Moncalieri a metà degli anni ’70. Poi lui divenne tesoriere della Federazione e io membro della segreteria. Un tipo simpatico, intraprendente, pieno di idee e di iniziative”.

Dopo appena tre anni, decide di dimettersi perché il posto di consigliere gli sta stretto diventando segretario della sezione di Torino Centro. Quella del capoluogo piemontese negli anni Ottanta era la seconda federazione italiana.

Nel 1981 il compagno G compie un altro passo nella sua scalata personale verso i soldi e il potere, diventa responsabile amministrativo del partito sempre a Torino; entra nella Gep la società editoriale che gestisce la comunicazione del Pci torinese raggruppando insieme una radio ("RadioFlash"), una tv (Videouno) e un quindicinale, "Nuovasocietà". Lavora anche a fianco di un giovane astro nascente del partito, Piero Fassino.

Passano altri quattro anni e fonda l'Eipu, una società che raccoglie pubblicità per le Feste dell'Unità, con sede a Torino, Bologna e Roma. Ormai la sua vita lavorativa lo proietta sempre di più verso Botteghe Oscure tanto da occupare una stanza al primo piano della sede del Pci, ma il suo nome non compare negli elenchi telefonici del partito, quasi a voler mantenere un certo alone di mistero.

Nel giugno dell'89 entra nel consiglio d'amministrazione della casa editrice Editori Riuniti. Viaggia spesso recandosi misteriosamente nei Paesi dell’Est, nell’Urss e, soprattutto, nella Germania Democratica. Proprio in quei giorni la storia sta cambiando in maniera decisiva, il muro di Berlino sta per cadere e il Pci si sta per dissolvere. Ma proprio in quei giorni il “compagno G” incontra la Giustizia per la prima volta. Sta percorrendo l’autostrada che da Torino porta a Roma. Una pattuglia della Guardia di Finanza lo blocca, gli fa aprire il bagagliaio ed ecco comparire una valigetta con un miliardo di lire in contanti. Greganti non sa spiegare il perché di quella ingente somma di denaro ma, nonostante tutto, non viene fermato perché un alto dirigente del Pci intercede per lui con i finanzieri affinché lo lascino andare.

Fonda società su società, prima la Service Industriale e poi la “Lubar” con sede legale a Torino e sede operativa a Roma, al secondo piano di via Veneto 169, un ufficio con una segretaria e due impiegate. Una di quelle società di import-export che trafficano non si sa cosa con l’Europa dell’Est e la Cina.

Ormai Primo Greganti, il sempre più misterioso “compagno G”, ha raggiunto il vertice del potere e, nel mondo degli affari, il nome di Greganti è una garanzia di contatti sicuri, di appoggi importanti al Bottegone.

Ma il 1° marzo 1993 avviene l’irreparabile, viene arrestato a seguito delle dichiarazioni del manager della Ferruzzi, Lorenzo Panzavolta, che afferma di aver consegnato su un conto cifrato, “Gabbietta”, di una banca di Lugano e intestato a Greganti, una tangente di 621 milioni di lire.

Indagando, i giudici scoprono che dalle carte del conto Gabbietta viene fuori un' altra operazione di 1.050 milioni, arrivati a Lugano nel giugno ' 90. Greganti sostiene che quel denaro proveniva dalla cessione di quote di una societa', la Eumit, appartenente al Pci torinese. Dalle carte emerge che la Eumit fa parte di una holding che ha le sue basi nella Germania dell’Est, la Koko (Kommerzialle Koordinierung), una rete mondiale creata da un nome leggendario della guerra fredda: il colonnello della Stasi Alexander Schalck Golodkowsky. Su tutta l' attività della Koko in Germania indagano un reparto speciale della polizia criminale e una commissione d' inchiesta del Bundestag. Secondo le accuse, l'attività del Koko serviva ad autofinanziare le cellule della Stasi nei Paesi Nato. E nell'affaire Koko si intreccia ogni tipo di traffico: dal commercio di armi al terrorismo, fino all' affitto di "cavie umane" per farmaci. Ecco spiegato i numerosi viaggi del compagno G a Berlino. La matrioska comincia ad aprirsi.

Fatto sta che durante gli interrogatori con Antonio Di Pietro, prima, e Tiziana Parenti, poi, Greganti non ammetterà mai nulla, anzi si assumerà tutte le colpe, come nei romanzi di spionaggio appunto; tanto che lo stesso Di Pietro dirà: “Greganti mi piace, è un uomo con le palle".

Ed ecco che, a distanza di 20 anni, il compagno G è entrato in EXPO.

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