Esteri

L'inferno di Jobar fuori Damasco

Alle porte della capitale siriana il nostro inviato racconta il sobborgo ridotto a un cumulo di macerie. Il diario di guerra  

Dal nostro inviato

L’inferno alle porte di Damasco si chiama Jobar. Un sobborgo fantasma ridotto ad un cumulo di macerie dalla furiosa guerra civile siriana. Gli americani hanno accusato le truppe di Assad di aver lanciato il 21 agosto, in questa zona, un attacco chimico uccidendo 1400 persone, compresi bambini. Un ufficiale ci accoglie sotto un enorme ponte, che segna l’inizio del fronte. Quella maledetta notte c’era e giura che sono stati i ribelli ad usare i gas per provocare l’intervento degli Stati Uniti.

Nel fumo delle menzogne di questa sporca guerra l’unica certezza è che il sobborgo di Jobar non esiste più. Al suo posto c’è un cumulo di macerie dove si combatte ancora nell’operazione “scudo della capitale”. I governativi avanzano lentamente cercando di allontanare da Damasco i 6mila ribelli, che secondo loro si annidano a Jobar e dintorni.

Questa mattina i tonfi dei colpi di artiglieria sono particolarmente frequenti e fastidiosi. La solita colonna di fumo nero si alza dalla periferia di Damasco. Per entrare nell’inferno alle porte della capitale devi farti scortare dai soldati di Assad, che non vogliono farsi riprendere in faccia. Ogni tanto qualche cecchino spara dei colpi di avvertimento.

La prima sorpresa è un enorme cilindro interrato zeppo di esplosivo che poteva venir innescato da una casa dall’altra parte della strada, grazie ad un paio di batterie stilo, collegate ad un filo interrato. Jobar è piena di Ied, le famigerate trappole minate usate dall’Afghanistan all’Iraq.
Le case sono sfregiate dalla furia dei combattimenti. All’interno pure gli armadi sono stati fatti a pezzi e svuotati. Per passare da un’abitazione all’altra i ribelli hanno aperto degli squarci nelle pareti. I viottoli sono zeppi di macerie e sacchetti di sabbia delle postazioni. Non mancano dei passeggini per bambini abbandonati.

Sotto le strade di Jobar passano dei veri e propri tunnel. I governativi accusano i ribelli di averli fatti scavare ai civili in ostaggio e ai soldati prigionieri. Fra i calcinacci troviamo un coltellaccio da macellaio simile ad un machete. Per i militari serviva a tagliare le dita ai loro commilitoni catturati.

Nella polvere c’è un passaporto saudita che potrebbe appartenere ad uno dei volontari della guerra santa internazionale. A Jobar combattono nei ranghi di Al Nusra, la fazione filo Bin Laden della rivolta siriana.
La prima linea è la carcassa annerita di un autobus ad 8 chilometri dal centro di Damasco, dove i cecchini sono implacabili. Una bandiera siriana strappata dalle schegge sventola tristemente sul sobborgo fantasma.

All’uscita dall’inferno c’è piazza Abbasidi presidiata dai militari, che sorridono quando passa un corteo nuziale con tanto di sposa vestita di bianco su una bella macchina decappottabile.
 

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