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Diteci se siamo in guerra

Nel rumore della campagna elettorale nessun politico spiega nulla sulla nostra presenza nel Mali

Alcuni soldati francesi nel Mali (Credits: EPA/ARNAUD ROINE)

Una cortese preghiera. Qualcuno ci avverta (qualcuno che abbia titolo per farlo) se per caso fossimo entrati in guerra. Ne avremmo diritto, a maggior ragione se il governo è dimissionario e ha poteri dimezzati.

Qualcuno ci dica graziosamente se per caso abbiamo già deciso di sostenere la Francia in quest’ultima avventura africana nel Mali dopo che Parigi (il presidente Sarkozy e non Hollande) ha scatenato una guerra agli interessi italiani con la defenestrazione di Gheddafi da Tripoli (per inciso le cose, in Libia, non vanno niente bene, il nostro console a Bengasi è dovuto scappare dopo un attentato nel quale per poco non ci lasciava la pelle).

Va bene che ci sono inglesi tra gli occidentali presi in ostaggio in Algeria a In Amenas dagli alqaedisti provenienti dalla confinante Libia. Ma in ogni caso il premier britannico David Cameron non ha esitato a cancellare il suo atteso discorso sull’Unione Europea in Olanda restando a Londra a riferire alla Camera dei Comuni sugli sviluppi della situazione in Africa. Intanto il ministro degli Esteri, Willian Hague, ha interrotto la sua visita in Australia ed è rientrato precipitosamente a Londra. Un’altra democrazia rispetto alla nostra. In Francia, il presidente Hollande ha parlato alla nazione, e gli altri ministri coinvolti nell’intervento in Mali contro le forze alqaediste che nel Nord minacciavano di dilagare verso sud, verso la capitale Bamako, non smettono di fare dichiarazioni e conferenze pubbliche. Eppure, in Francia vige il sistema presidenziale, non parlamentare.

Quanto a noi, apprendiamo da un’intervista a “Repubblica” del ministro per la Cooperazione, Andrea Riccardi, che l’Italia “appoggia un intervento necessario”. Già, perché “il Mali, il Burkina, la Mauritania sono anche una nuova frontiera dell’Italia”. Tra le righe di un articolo dell’“Unità”, che ha le sue buone fonti, apprendiamo poi che l’Italia è pronta non solo a mandare 24 addestratori, ma anche aerei da trasporto e aerei-cisterna, e a mettere a disposizione le basi e dire sì all’impiego dei droni (gli aerei senza pilota). Be’, se non è guerra questa! E chi l’ha decisa? Nessuna riunione sul Colle, ufficialmente. Nessuna informativa al Parlamento, né in aula né davanti alle Commissioni “competenti” di Camera e Senato, nessun dibattito pubblico a quanto finora ci è dato sapere. Possibile? No, inaccettabile. Per questo il ministro degli Esteri, Giulio Terzi, su Twitter (!) ha avvertito che qualsiasi forma di coinvolgimento ulteriore, anche umano, dovrebbe prima passare al vaglio del Parlamento.

Ma: è finora?

Chi non va su Twitter e chi non legge “Repubblica” avrà uno sportello a cui rivolgersi per avere informazioni? E le decisioni, chi le sta prendendo?
Il governo dovrebbe gestire l’ordinaria amministrazione (si vota tra un mese). Qualcuno ha fatto i conti su quanto ci costerebbe la guerra del Sahel? L’Italia ha molti interessi in quella fascia di Africa. Noi e la nostra economia non siamo indifferenti ai destini di Libia, Algeria, Niger. L’Eni ha impianti, oltre che in Libia, anche in Nigeria e in Ghana. Sono un migliaio i connazionali che lavorano in quei siti. Sono a rischio? Che si fa per proteggerli? Quali conseguenze avrebbe scendere sul piede di guerra al fianco della Francia?

Qualcuno avrà alla fine l’accortezza di informarci? Un governo tecnico dimissionario può mai portarci alla guerra solo per inseguire la Francia di Hollande? Chiedete agli americani che cosa significhi dover fare le guerre per inseguire i francesi. Ricordate il Vietnam?  

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