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Islam: le rivolte anti-Usa svuoteranno le tasche insieme alle coscienze. A meno che...

A rischio i sussidi americani all'Egitto e i diritti acquisiti dalle donne in Tunisia. Ne vale la pena? Gli islamici moderati riusciranno a far sentire la propria voce?

Tunisia: manifestazione diritti civili

Le proteste continuano in tutto il mondo arabo e musulmano contro gli Stati Uniti per un film col quale Washington non ha nulla a che vedere. Non è una pellicola prodotta con denaro federale, né promossa o sostenuta in alcun modo dalle autorità americane. Ma poco importa. Per gli islamisti il video blasfemo è frutto di una società, quella occidentale, che appartiene a un altro mondo, nemico. Infedele. Ed è anche difficile per le masse arabe e islamiche fare distinzione tra una pellicola liberamente prodotta e girata e una, invece, ufficiale.

Semplicemente perché non c’è, nell’Islam, questa distinzione così netta tra individuo e società, tra persona e Stato, né tra religione e governo. L’artefice della pellicola è un cristiano copto egiziano occasionalmente residente in California. Si tratta, quindi, di un conflitto interreligioso trasferito, come spesso avviene, all’estero. Com’è stato ad esempio per serbi e croati emigrati nel Nordamerica.

Il presidente Obama dice che gli Stati Uniti non si ritireranno mai dall’area maghrebina e mediorientale. Che le ambasciate saranno difese (anche se alcune sono state evacuate). Che l’America non può disimpegnarsi. Ma il danno maggiore è quello subito proprio dalle popolazioni arabe di Egitto e Tunisia, due Paesi che faticosamente stanno cercando di darsi un governo autorevole, di matrice islamica ma aperto all’Occidente anche per ragioni di convenienza.

Gli Stati Uniti hanno confermato aiuti per due miliardi di dollari l’anno al neo-presidente e leader dei Fratelli musulmani, Mohamed Morsi. In Tunisia, forse anche per rimarcare l’aspetto vandalico e non solo religioso degli attacchi alle proprietà americane (scuole e rappresentanze diplomatiche), Washington ha annunciato che presenterà il conto di tante ruberie e distruzioni. Perché la rivoluzione ha un costo. Anzi, un doppio costo. In termini economici, e in termini culturali. Etici.

L’Egitto vive di sussidi dell’Occidente e turisti soprattutto occidentali. La crisi economica è stata una delle molle della rivoluzione, incattivita anche dalla quotidiana constatazione delle diseguaglianze sociali tra il gruppo dei protetti del regime e “gli altri”. Ora, però, se il nuovo governo e il nuovo presidente non sapranno arginare le violenze, la crisi economica e quella occupazionale non potranno che peggiorare. E gli egiziani non possono (o non potrebbero) permetterselo.

In Tunisia è in ballo, invece, qualcosa di più: i diritti acquisiti con battaglie di una società vitale, culturalmente dinamica e avanzata. In primo luogo, i diritti delle donne. Alla domanda se le donne siano veramente l’avvenire della Tunisia, posta da un’inviata speciale del quotidiano Le Figaro, Selma Mabrouk, una delle 17 deputate del partito di centro-sinistra Ettakatol, risponde con amarezza: "Sì, ma è il genere di slogan che evito davanti ai miei colleghi islamisti di Ennahda".

In Tunisia, lo status della donna è a livelli quasi occidentali grazie alle leggi introdotte da Habib Bourghiba nel lontano 1956 che aboliscono la poligamia, impongono una procedura giudiziaria per il divorzio e autorizzano solo il matrimonio consensuale (non quello tradizionale, combinato dalle famiglie e imposto alla donna). Ecco, al di là delle violenze prima o poi nel mondo arabo troveranno la forza e la voce, o meglio la forza per far sentire la propria voce, coloro che non vogliono vedersi svuotare le tasche e le coscienze dalla manipolazione delle masse anti-occidentali? La domanda è anche questa. E la risposta non sarà immediata.  

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